Chiara Manzini

segui   

10 Lug 2020

CASTIGLION CHE DIO SOL SA

Italia Toscana Siena
 0     0    

Durata del viaggio 1 giorno

Periodo dell'anno luglio

Range di spesa Da 0€ a 100€

Adatto a Tutti

Un’escursione che può essere fatta in qualsiasi periodo dell’anno. In estate, tuttavia, è meglio: il sentiero si snoda in una magnifica riserva naturale con una ricca vegetazione forestale, l’ombra è assicurata. Inoltre, potrete togliervi la tenuta da trekking e immergervi nelle fresche acque del fiume Merse. Siamo in provincia di Siena in un’area protetta dal 1996 che occupa un’estensione di poco inferiore ai 2000 ettari. L’area racchiude un lungo tratto del fiume Merse, tra le località di Brenna a nord e Monticiano a sud, il torrente Ricausa, una buona parte del torrente Rosia e l’ultimo tratto del torrente La Gonna. L’energia idraulica derivante da questi corsi d’acqua è stata utilizzata fin dal 1200 per la macinatura di grano e di altri cereali, nonché per la lavorazione del ferro e della lana. Ancora oggi possiamo osservare gli antichi mulini distribuiti tra Brenna, il fosso Ricausa e “Castiglion che Dio sol sa”.

Un cammino alla scoperta di una rigogliosa vegetazione riparia, con numerose specie minacciate in tutta Europa a causa della degradazione degli ambienti fluviali. Una copertura forestale estesa e differenziata che, insieme al fiume e ai suoi affluenti, offre rifugio a varie specie di uccelli e predatori. Tra i muschi e il legno marcescente presso il corso d’acqua abbiamo visto la salamandrina dagli occhiali, mentre il torrente La Gonna vanta di essere uno dei pochissimi corsi d’acqua della Toscana a ospitare il gambero di fiume. Gli antichi borghi che incontriamo lungo il percorso suggeriscono l’importanza strategica avuta in passato. Da qui passava la strada Massetana che univa Siena a Massa Marittima e, tramite una deviazione nei pressi dell’Abbazia di San Galgano, alla Maremma.

Un fascino particolare riveste il “ponte della Pia” sul torrente Rosia. Di origine romana, ricostruito in epoca medievale, il ponte sarebbe stato attraversato dalla famosa Pia che Dante incontrò nel V canto del Purgatorio: “Ricordati di me, che son la Pia. Siena mi fé, disfecemi Maremma…”. Pia de’ Tolomei o Pia dei Malavolti? In ogni modo, di qualuque Pia si trattasse, c’è chi giura di continuare a vedere, nelle notti di luna piena, una figura di donna vestita di bianco, che attraversa il ponte senza toccare i piedi a terra.

La nostra escursione è iniziata dal borgo di Brenna che, secondo la leggenda, sarebbe stato fondato dal condottiero Brenno, capo dei Galli Senoni.

Abbiamo costeggiato la gora scavata dai monaci di Torri: una realizzazione di alta ingegneria idraulica che comportò il superamento di notevoli difficoltà tecniche e l’impiego di una grande forza lavoro, ma che d’altra parte era in grado di garantire la macinazione di diversi mulini per tutto l’arco dell’anno. Si tratta di un canale a cielo aperto in cui scorre ancora oggi acqua abbondante. Nei pressi di una chiusa che permette il deflusso dell’acqua in eccesso dalla gora, si trovano i resti di un edificio medievale costruito con una tecnica muraria molto accurata. Si tratta del mulino “De Saxis” citato nel 1245 come proprietà dell’Abbazia di Torri. Purtroppo oggi di questo mulino è rimasto ben poco, se non ci fosse stato il cartello informativo saremmo passati oltre senza accorgerci di nulla.

Sempre costeggiando il fiume Merse abbiamo proseguito per uno stretto sentiero fino ad arrivare alla cosiddetta “Steccaia”: uno sbarramento costruito con file di pali. Questa struttura, che sbarrava l’alveo del fiume per innalzare il livello dell’acqua, era meno costosa e complessa da costruire rispetto a una vera e propria diga in miniatura. Inoltre, era meno pericolosa in caso di piena perché il fiume, tracimando al di sopra delle palificazioni, raramente provocava allagamenti a monte. Necessitava tuttavia, di una continua manutenzione e poteva essere facilmente distrutta dalle piene stesse. Nello Statuto senese del 1262 si faceva riferimento proprio alla steccaia di Brenna e si stabilivano pene severe per chiunque l’avesse danneggiata o avesse diminuito l’apporto idrico verso i mulini di proprietà del Comune.

Andando avanti abbandoniamo il corso del Merse per seguire il torrente Ricausa fino a trovare i resti, qui più evidenti, del mulino che porta lo stesso nome del torrente. Questo opificio, che si trova molto vicino a Castiglion Balzetti, venne costruito nel 1300 per servire il castello. Apparteneva alla famiglia Saracini, proprietaria anche della fortezza e delle terre circostanti. Si tratta di un edificio quadrangolare dove rimangono ancora, ben visibili, due coppie di macine.

Interessanti anche le strutture accessorie del mulino. Raramente le ruote idrauliche erano mosse direttamente dalla corrente. Di solito i mulini si trovavano a una certa distanza dal corso d’acqua. Questo consentiva di isolarli dalle variazioni stagionali del livello dei fiumi, di non ostruire l’alveo con strutture ingombranti in caso di piena, di controllare l’afflusso dell’acqua verso i meccanismi. Qualsiasi opificio idraulico quindi, era dotato di una serie di strutture accessorie: dighe, canali, bacini di riserva.

Quello che rimane del castello comunemente conosciuto come “Castiglion che Dio sol sa” si raggiunge facilmente dopo una leggera salita.

Viene citato per la prima volta nello Statuto senese del 1262 come “Castellione Bençetti” dal nome del primo proprietario: Baldino Balzetti. Dietro un cancello chiuso da un grosso lucchetto si possono ammirare i ruderi imponenti, in buona parte restaurati.

A questo punto le possibilità sono due: o tornare sui propri passi, o proseguire lungo un percorso ad anello seguendo un comodo sentiero ombreggiato. Scegliamo questa seconda opportunità. Il caldo si fa sentire e il fiume Merse è veramente invitante.

Anche il ristorante “Il vecchio tinaio” è invitante ma ci dicono che non c’è posto. Crediamo che i tavoli vuoti siano stati tutti prenotati, invece dopo di noi arriva gente che trova sistemazione pur non avendo prenotato!

Vale la pena fare una passeggiata nel borgo di Brenna per ammirare la chiesa dedicata a San Michele Arcangelo dell’XI secolo. Si trova a un livello più alto rispetto al piano stradale ed è preceduta da una bella scalinata in pietra.

Altro imponente edificio è il mulino del Pero: rimasto in attività fino agli anni ’50 del secolo scorso è sicuramente uno dei mulini costruiti nel 1245 dall’Abbazia di Torri. Qui non veniva effettuata soltanto la macinazione del grano, ma anche una fase della produzione dei panni di lana, che costituiva una delle principali attività produttive medievali. Qui era ubicata una “gualchiera” di proprietà dell’Arte della lana di Siena. A causa della scarsità d’acqua che affliggeva la città, la Corporazione dovette dislocare una parte della proprie attività industriali in aree del contado piuttosto lontane dal centro urbano, come appunto la Val di Merse.

Interessante percorso didattico per un’immersione nella storia, nella natura e nelle acque del fiume Merse.

Chiara Manzini

segui   
 0     0    

Commenti (0)

Invia