01 Mar 2019

kilimanjaro

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Durata del viaggio

Periodo dell'anno dicembre

Range di spesa

Adatto a Avventurieri

TANZANIA
Lunedì 24 dicembre
Volo in perfetto orario. Ci servono anche il pranzo. Controlli per la vaccinazione contro la febbre gialla abbena sbarcati, quando siamo ancora sull'asfalto fuori dal terminal. Prima volta in trent'anni che mi controllano il libretto giallo. Pratiche per l'immigrazione veloci per noi che abbiamo già il visto, interminabili per chi non ce l'ha. Consegna bagagli lentissima. I cani antidroga saltano impazziti fra le valige. Il mio duffel è uno degli ultimi due bagagli ad essere consegnati: servirebbe il fotofinish per stabilire con esattezza qual'è l'ultimo bagagli a comparire sul nastro consegna. E intanto quelli senza visto sono ancora là in fila.
Ismail e Fidel dell'agenzia Top Climbers Expedition ci aspettano fuori dal piccolo terminal. In poco più di mezz'ora siamo al Kilimanjaro Wonder Hotel a Moshi. La Tanzania ci sembra ad un primo impatto anni luce più avanti rispetto all'Etiopia. Qualcun altro di Top Climber ci sta aspettando nella hall, qualcun altro arriva poco dopo per il saldo del trekking e dell'escursione di domani a Materuni.
Abbiamo qualche ora libera prima di cena e ne approfittiamo per camminare fino a Market Street. Odori e kaos d'Africa. Che meraviglia.
Ceniamo in hotel, sul terrazzo, con il Kili in bella mostra davanti a noi. Mangia con noi anche Carmen, anzi, Maria Carmen detta Mame. Spagnola di Valencia. Ingegnere, è qui in TAnzania per lavoro. Segue un progetto che riguarda le pompe idrovore. Ha 44 anni ed è la prima volta che non passa il Natale con la sua famiglia. Mangiamo tutti gulash di manzo con riso e verdure cotte. Poco, ma buono. E beviamo due bottiglie di vino rosso. Mame tra i fumi dell'alcol mi aiuta a compilare un vocabolario per la sopravvivenza castigliano-swaili...
abari = que tal - enzuri = bien - salama = tranquilla - asante sana = muchas gracias - karibu = bienvenido - hamna shia = no problema - shinga bi = cuanto costa - pole sana = lo siento mucho - pole = lo siento - nime choka sana = estoy mucho cansada - nime sheba = no puedo mas - si eleua = no compriendo - tabari = bastante - kirogo kirogo = un poquito
e a Jambo! si risponde poa = bien o mambo = hola
Bella serata. Compagnia molto piacevole.

Martedì 25 dicembre
Per la giornata di oggi abbiamo in programma l’escursione a Materuni, villaggio ad una trentina di km da qui.
Ci accompagna Alex, negretto con i jeans a vita bassa che lasciano intravedere un paio di slip tremendamente colorati.
Mettiamo subito alla prova le nostre gambe con una camminata di un’ora che dalla abitazione di un coltivatore di caffè ci porta fino alla cascata di Materuni. Si sale e si scende di quota per tutto il sentiero, ottimo allenamento per quello che ci aspetta da domani in poi! La Materuni Falls ha un salto di novanta metri. È molto bella. Qualche pazzo fa il bagno della pozza di acqua gelida. L’egiziana Jasmine si immerge con la muta da sub. La ritroviamo poco dopo sul sentiero. Ci racconta che avrebbe voluto scalare anche lei il Kilimanjaro ma a causa di un brutto infortunio ad un piede ha dovuto rinunciare.
Alla piantagione di caffè troviamo tutta la famiglia del padrone di casa che si sta riunendo per preparare il pranzo di Natale. Le donne anziane bevono birra artigianale fatta con miglio e banane, le altre cucinano. Due giovani ragazze che sembrano gemelle ma non lo sono si annoiano e vorrebbero probabilmente essere altrove con i loro amici. I bimbi più piccoli giocano e si divertono. Ci sediamo ad un tavolino basso e mangiamo i nostri lunch box. Scopriremo poi che le scatole con il cibo da asporto qua sono tutte uguali: cosciotto di pollo dentro alla stagnola, succo di mango, biscotti, panino col burro di arachidi, panino con le verdure, tavoletta di cioccolato. Le formiche durante le ore in cui siamo stati in giro a camminare si sono impossessare del cibo. Il lunch box con più animaletti lo prende Alex, noi prendiamo quelli meno assaltati…
Dopo il pranzo il padrone di casa ci porta nella piantagione di caffè. Ci spiega come avviene il raccolto, ci insegna a pelare i chicchi, a selezionare quelli buoni e a scartare quelli cattivi. Stefano aiuta a pestare i chicchi nel mortaio (un lavoraccio: local gym lo chiamano qui) e si pianta una grossa scheggia di legno nel dito. Nuova selezione, ultimo controllo prima che Stefano venga messo all’opera con la tostatura. Intanto tutto intorno a noi è un continuo andirivieni di cibo, di gente, di birra. Finalmente i chicchi sono tostati. Si torna al mortaio per ridurli in polvere. Di nuovo intorno al fuoco per bollire il caffè nell’acqua. Lo filtriamo e lo portiamo in tavola. È ottimo! Ma che fatica per ottenere qualche tazzina di caffè!! Missione compiuta.

È ora di rientrare in hotel…
Incontriamo le nostre guide. Joseph e Masu. Anche loro nerissimi e con addosso l’inconfondibile odore di Africa… Salgono in camera nostra per fare il check dell’attrezzatura. Va quasi tutto bene. Dobbiamo solo noleggiare altre due borracce e due sacchi mummia perché i nostri sacchi a pelo potrebbero non bastare per il freddo che farà.
Durante il briefing ci spiegano cosa succederà negli otto giorni di cammino e come cercheranno di farci arrivare in cima. Le regole fondamentali sono quattro: pole-pole (piano piano), drink water (bere acqua), seguire le istruzioni delle guide, atteggiamento positivo. Bene così. D’ora in poi penseranno loro a noi. Che relax per la mente!! Non preoccupatevi se dovete vomitare, non può farvi che bene. Dicono. Niente paura se vi viene il mal di testa. Passerà. Dicono. Ogni sera ci sarà un medical check up per controllare le nostre condizioni e se qualcosa non andrà bene loro sapranno cosa fare. Dicono. Pole-pole verso la vetta… Ormai facciamo parte della grande famiglia di Top Climbers.Siamo qui. Non possiamo più tirarci indietro!

Nonostante l’invito di Mame ad andare con lei in un ristorante indo-italiano in centro, decidiamo di cenare al ristorante della piscina. Mangia con noi il polacco Robert. Ha appena raggiunto la cima del Kili, percorrendo la stessa strada che percorreremo noi, anche lui con Top Climbers. Ci aveva già provato due anni fa ma quella volta non ce l’aveva fatta. Insieme a Robert ci divertiamo ad osservare le tante persone che si aggirano per l’hotel cercando di adocchiare la coppia di americani che tenterà la salita con noi. Robert è talmente tanto incuriosito che promette di alzarsi presto la mattina della nostra partenza per vedere i nostri compagni di trekking!
Cosa scrivere invece di Moshi? È un posto molto piacevole, con strade sterrate e anche lunghi viali alberati che permettono di rinfrescare dalla calura.
Dal nostro hotel raggiungiamo a piedi Market Street. Qualche negozio un po’ rudimentale, alcuni sarti con le macchine da cucire sul marciapiedi, bancarelle di frutta ad ogni angolo di strada. Scuola, università, ospedale, chiese, qualche ristorante. C’è tutto. Tutto rudimentale ma c’è tutto. C’è sapore di Africa e questo mi piace. Tranquillità. I turisti che arrivano qui si fermano un paio di giorni per recuperare il fuso orario e riposare dopo i lunghi voli intercontinentali e poi partecipano ai safari oppure tentano la salita sul Kili. Qualcuno, come i numerosi gruppi di giapponesi, fa entrambe le cose.

Mercoledì 26 dicembre
Santo Stefano. Otto della mattina. Robert incontra la coppia di americani. Due fidanzati. Lui fisico da scalatore, lei meno. Prendiamo posto con loro nel salottino della hall. Che bravo Robert che prima ancora di noi è riuscito finalmente a scoprire chi camminerà con noi! Ci scambiamo le prime impressioni. Siamo tutti molto determinati e felici di cominciare. Peccato che non siano loro i nostri compagni di avventura…
Stesso sentiero, la Lemosho Route, ma altra agenzia… Ed è in quel momento, proprio nell’attimo in cui realizziamo che i nomi delle agenzie non corrispondono, che Tina e Stella fanno la loro comparsa nella grande hall. Tina, la mamma quarantasettenne, piastra da capelli in una mano e trolley nell’altra. Stella, la figlia quattordicenne, shorts, scarpine da ginnastica tipo Allstars e lunghi capelli al vento, impegnata in una videochiamata con la nonna. Robert scoppia a ridere, indeciso tra l’essere stupito o allibito. Stefano rilascia subito dichiarazioni per il futuro: ‘se loro salgono sul Kili io tento l’Aconcagua!’. Il commento lapidario di Robert: ‘non avrai bisogno di tentarlo’. Caro Robert, vorrei avere modo di contattarti per dirti che il mondo e le persone non finiranno mai di stupirci!

TREKKING GIORNO UNO 26 dicembre
La trafila per arrivare all’inizio del sentiero è lunghissima. Partiamo dall’hotel alle 8.20. Passiamo dall’ufficio della Top Climbers per noleggiare quello che ci manca.
Guardo con diffidenza i due sacchi di plastica contenenti i due sacchi mummia che dovremo usare. Saranno stati lavati dopo che chissà chi li avrà usati chissà quando? Già mi danno da fare le borracce che ci danno, figuriamoci i sacchi a pelo!
Saliamo su un pullman insieme ai nostri dodici porters, alle due guide e al cuoco.
Per iniziare bene ad un posto di blocco ci fermano e l’autista scopre di avere preso una multa per eccesso di velocità.
Si sta un po’ stretti. I duffel con dentro attrezzatura e abbigliamento sono sul tetto del bus, ma i nostri zaini ‘daypack’ sono vicino a noi e Masu ha paura che io stia scomoda e che possa venirmi male alle gambe. Si raccomanda di fare stretching appena posso.
Facciamo sosta ad un supermercato per acquistare qualche snack che ci servirà durate le varie tappe. Acquistiamo anche un po’ di salviette detergenti, non si sa mai che servano… e se ne avessimo comprato tre volte tanto sarebbe stata una buona idea.
Nessuno si è preoccupato di cambiare in scellini tanzaniani e non si può pagare in dollari quindi tutti quanti usiamo le carte di credito allungando di una eternità i tempi della sosta. C’è questo cafone con una lunga e folta barba nera che litiga con la commessa. La poveretta restituendogli la carta di credito l’ha appoggiata sul bancone invece di dargliela in mano e lui l’ha coperta di insulti. Mi trattengo dall’intervenire in aiuto della ragazza… metti che mi ricapiti di incontrare il barbuto sul sentiero… meglio non farsi subito dei nemici.
Riprendiamo il viaggio.
Meravigliose vedute del Kilimanjaro.

Entriamo nel Parco Nazionale attraverso il Londorossi Gate. Siamo in Africa centrale. Tutto avviene con calma e facendo lunghe file. Effettuiamo la registrazione, codice 0010544, numero da imparare a memoria, ci servirà per firmare l’ingresso ad ogni campo. Pranziamo al sacco. Intanto i nostri porters sono impegnati con la pesa dei bagagli. C’è un limite di chili che ognuno di loro può portare in testa e le autorità del parco controllano che nessuno sgarri. Se ad un portatore vengono trovati più chili da portare, la guida rischia il ritiro della licenza. I bagagli vengono ricaricati sul tetto del bus. Dobbiamo spostarci al Lemosho Gate, da dove inizieremo il nostro trekking.
Pronti via!
Da 2100 metri dobbiamo salire a 2650. Fila dopo fila cominciamo a camminare alle 15.40. Così ad occhio siamo gli ultimi a partire.
Pole-Pole, già da qui Masu ci costringe a camminare lentissimi. Capisco che per me sarà complicato. Ho l’impressione di non andare avanti. Tina e Stella vanno subito in crisi. Non si aspettavano di dover fare fatica. Sono quasi spaventate dall’impatto iniziale. Continuamente sento Masu urlarmi ‘Lela you are running’… Non è vero. Non sto correndo… sto camminando sì e no a tre chilometri all’ora! Ma è indispensabile abituare il cervello ad avanzare lentamente anche a queste quote basse. E la regola numero uno è ‘pole pole’ e la numero tre ‘ seguire le istruzioni della guida’.
Tre ore di marcia previste per raggiungere il primo campo. Ne impieghiamo due e mezzo. Incredibile, a me pareva di non avanzare e invece facciamo prima del previsto. Meno male perché sta diventando buio e prendere confidenza con le minuscole tende e con la vita del campo è già difficile con la semioscurità, figuriamoci se fossimo arrivati mezz’ora dopo.

Siamo allo Mti Mkubwa Camp. I nostri porters ci hanno preceduto marciando molto più velocemente di noi e troviamo tutto già pronto. Tende per la notte, tenda cucina, tenda mensa… Niente bagno. Ci sarebbe una toilette comune all’entrata del campo ma essendo arrivati dopo tutti gli altri team siamo posizionati troppo lontani. Gli alberi andranno benissimo. Anche perché cercare di attraversare il campo nel buio della notte senza inciampare continuamente nelle centinaia di tiranti delle tantissime tende sarebbe impossibile. Cercare poi di ritrovare la nostra tenda dopo sarebbe ancora più difficile!
Tale Rama ci porta due piccole bacinelle davanti alla tenda con dentro un po’ di acqua calda per lavarci ‘a gatto’.
Il ‘benvenuto’ al campo è sotto ad una piccola tenda blu. Tavolino, quattro sedie, una lampadina, tovaglia a quadretti e un enorme vassoio di popcorn. Come nei tanti video di questo trekking visti su youtube, anche noi abbiamo avuto i nostri primi popcorn!
Anche a cena si mangia sotto la tenda blu, la tenda mensa. Zuppa di cetriolo calda, poi patate peperoni carote e cipolle… e avocado. E pesce che io però non mangio. Tutto sommato mangiamo bene. Fa un po’ freddo nella tenda, però… ancora non lo sappiamo ma presto rimpiangeremo queste temperature. Si beve té.
Check up medico dopo la cena. Joseph e Masu ci raggiungono e ci misurano polso e ossigenazione. Io 92 e 96. Stefano 68 e 94. Niente vomito, niente mal di testa. Niente diarrea. Appetito sì, difficoltà a respirare no. In una scala da 1 a 10 dichiariamo di sentirci 10.

TREKKING GIORNO DUE 27 dicembre

Per colazione c’è il pudding. Orrendo, immangiabile. Rama ci porta anche della papaya e per fortuna anche dei salsicciotti con un po’ di frittata.

Alle 8.20 i porters hanno già smontato il campo e noi siamo in marcia. Nel corso della mattinata ci supereranno, raggiungeranno il prossimo campo e rimonteranno tutto.
Portano avanti ogni giorno l’intero campo: la loro tenda più grande, quella delle guide, le nostre, la tenda mensa, il cibo, la bombola del gas che serve per cucinare, i bagagli, i materassini, i sacchi a pelo, piatti bicchieri e pentole… Tutto sulle loro teste.
Sette chilometri previsti. Dalle quattro alle sei ore di marcia. Tina e Stella camminano molto lentamente e siamo spesso fermi per l’obbligatorio ‘drink water’. Masu mi sgrida perché secondo lui non bevo abbastanza. Ma non sto facendo fatica e non fa caldo… e se bevo poi mi viene quella maledetta pipì e ho già capito che per otto giorni di bagni utilizzabili non ne vedremo nemmeno uno! Da domani in poi non ci saranno nemmeno più gli alberi… Per il momento continuiamo a salire camminando attraverso la foresta pluviale.
Dislivello odierno: da 2650 a 3650. Cominciamo a fare sul serio anche se avanzando così lentamente le gambe non fanno assolutamente male e sembra quasi di stare in una specie di trance. Come se fossimo in groppa ad un somarello ed avanzassimo lentamente. Ci godiamo il paesaggio e intanto chiacchieriamo. Passano le ore. Usciamo dalla foresta pluviale ed entriamo nella brughiera. Il trekking è molto bello. Un continuo su e giù di colline (molto su e poco giù) scavalcando grossi massi. Clima perfetto, non troppo caldo e quasi sempre soleggiato. Tina deve prestarci la sua protezione solare perché la nostra è finita chissà dove. A tratti parte il grido di guerra delle guide, un botta e risposta che fa così: ‘one team-one dream’ ‘one dream-one team’ ‘more fire-more water’ ‘more water-more fire’ ‘pole pole-crazy crazy’ ‘crazy crazy-pole pole’. L’ultima parte, il pole pole-crazy crazy è una invenzione di Stella, ma sono sicura che da adesso farà parte del grido di guerra per anni qui sulla Lemosho Route. Dovremmo concludere con ‘one goal-to the top’, ma per scaramanzia questa ultima parte ogni tanto la saltiamo.
Facciamo la corsa sul gruppo di arabi, che se la prendono calma quasi quanto noi. Fra loro c’è anche il barbuto, quello che al supermercato ha insultato la cassiera. A quanto pare è egiziano. Ci superiamo a vicenda diverse volte nel corso della giornata, con un po’ di soddisfazione quando riusciamo a distanziarlo.

Un po’ più di cinque ore e siamo allo Shira I Camp. Tende pronte. Pranzo pronto. Bacinelle per la solita lavata ‘gattosa’. Verdure, ananas e spaghetti. La vista della pasta è una emozione, non resta niente nel vassoio. Tè. Al campo cade qualche goccia d’acqua. Il passaggio dalla t-shirt all’orsetto è breve. Tento la fortuna alla zona bagni comuni. Trovo delle rudimentali casette di legno, alcune senza porta, alcune con la porta che non si chiude. C’è un buco nel pavimento di legno con ai lati due assi sulle quali devi posizionare i piedi. Una sorta di turca molto rudimentale. La puzza è insopportabile. Anche stavolta gli alberi andranno benissimo anche se essendo entrati nella brughiera si sono abbassati un bel po’ e quei pochi che ci sono si trovano lontano dalle nostre tende.
Oggi abbiamo tempo qui al campo. Riusciamo a ridare alle nostre cose che stanno dentro ai duffel un ordine logico. Ritroviamo anche la protezione solare. Le nostre guide sono così preoccupate per il nostro poco bere che ad ogni ora ci portano un tè. Anche oggi popcorn time.
E poi, la cerimonia di presentazione del team che ieri al primo campo non avevamo avuto tempo di fare.
Tutti in cerchio con guide, cuoco e porters che intonano canzoni africane al ritmo del battito delle mani. Su tutte l’immancabile “Jambo Jambo Buana…” Canzoncina orecchiabilissima che ogni nazione africana ti fa passare per sua ma che senti in tutti i Paesi dell’Africa centrale e se lo fai notare ti dicono che non è vero e che ti sbagli. Cantiamo e balliamo tutti, uno alla volta al centro del cerchio. Per scaldarci un po’ va bene anche così! E anche, scopriremo alla fine, per controllare come stiamo.
Come per magia le nuvole che sono arrivate nel pomeriggio se ne vanno liberando completamente il Kili. Dalle nostre tende possiamo immaginare il punto in cui si trova l’Uhuru Peak con i suoi 5895 metri. Essere qui è ogni giorno che passa sempre più una emozione. Continuo a scattare foto alla nostra montagna. Lo so che è sempre la stessa, ma non posso farne a meno…
Passeggiamo fra le tende scambiando impressioni ed emozioni con viaggiatori di tutto il mondo… Arabia, Libia, Egitto, Spagna, Giordania, tanti Stati Uniti, un po’ di Francia… Un ragazzo saudita per arrivare qui ha fatto ventisette ore di aereo partendo da Riad e facendo scalo a Nairobi, Doha e atterrando infine a Kilimanjaro! Un’altra ragazza sempre saudita mi consiglia di andare in vacanza nella sua splendida terra. Il libico si sente molto nostro vicino di cosa e d’ora in poi ad ogni incontro lo riconosceremo anche incappucciato e infagottato nella giacca a vento. Ogni volta che sentiremo urlare ‘Ciao Italiaaaaaa’ sarà lui. Un madrileno un po’ su di età ci saluta confessando di essere un po’ preoccupato per la fatidica quarta giornata di trekking, quella in cui tutti scopriremo se soffriamo o no di mal di montagna.
Ceniamo. Zuppa di porri, manzo con verdure lesse in una deliziosa salsina che Tina continua a rovinare versandoci dentro del ketchup. Mango. Tè.
Check medico polso e ossigenazione: 92 e 92 io, 68 e 89 Stefano. Stiamo bene. Alle 20 siamo in tenda, per la gioia di Stella che voleva dormire fin dal primo pomeriggio.
Notte lunga. Per forza, andando a dormire così presto.
Ci alziamo tre volte a testa per uscire dalla tenda, che nel frattempo si è ghiacciata, in cerca di un cespuglio. Dobbiamo smettere di bere tanto tè. Riesci finalmente ad addormentarti, ti svegli e pensi ‘perché non dormo?’. Poi realizzi che ti serve di nuovo quel cespuglio. Devi uscire dal sacco a pelo che nel frattempo si è appena appena scaldato, aprire la zip della tenda, infilare le scarpe che sono fuori al gelo, sgusciare fuori con la tua piccola torcia in mano mentre piccoli pezzetti di ghiaccio ti si attaccano alla schiena. Cerchi il famoso cespuglio e il più in fretta possibile torni in quel po’ di caldo umano che si è creato nella tenda. Prima io, poi lui, poi lui, poi io… e via così fino all’alba.
Che per fortuna arriva.

TREKKING GIORNO TRE 28 dicembre
Non abbiamo dormito molto. Rama ci porta il caffè. Ha già capito che non sarà mai necessario svegliarci. Seguono le piccole bacinelle con l’acqua tiepida. Colazione con il solito porridge che con qualche cucchiaio di marmellata alla frutta dentro fa un po’ meno schifo ma non diventerà mai il mio cibo preferito. Crepes, frittata, formaggio, wurstel, qualche fetta di pane da toast che mancando l’elettricità viene scaldato in padella.
Trekking facile oggi. Solo 10 km con 200 metri di dislivello in salita. Nei primi 6 km abbiamo già fatto una serie infinita di soste a causa di Stella che forse comincia a chiedersi per quale motivo sua madre l’abbia portata in ‘vacanza’ qua.
Stop, togli lo zaino, mangia, siediti, bevi, rimangia, sdraiati, rimetti lo zaino in spalla, riparti (forse)… Faccio notare a Masu che tutte queste soste mi fanno disperdere energie e lui si decide a camminare spedito fino al campo successivo, con Joseph che resta insieme a Tina e Stella sobbarcandosi anche il peso dello zaino della quattordicenne.
Shira II Camp. Bello. Molto più bello degli altri. Ci sono persino i bagni. Niente doccia però.
La doccia non esiste in questo trekking. Mai. Non esiste nemmeno cambiarsi. Calzamaglia e maglia termica ‘a pelle’ sempre indosso. Un paio di volte in otto giorni facciamo la finezza di cambiarci gli slip. Ci si dimentica persino di pettinarsi e i capelli sognano uno shampoo. Nessuno specchio per guardarsi quindi dobbiamo fidarci delle risposte altrui al ‘come sto?’
Siamo a 3851 mslm, si sentono un pochino sulla testa, come se ci fosse appoggiato sopra qualcosa. Ci eravamo appena abituati ai 3650 mt e adesso ce ne abbiamo aggiunti altri 200!
Meteo ballerino. Si passa in continuazione dal sole splendente alla nebbia con vento freddo. Difficile capire come vestirsi. Inizia a piovere. Tutto quello che ci sta intorno viene avvolto dalla nebbia. Stanno arrivando all’accampamento anche gli arabi. Anche oggi li abbiamo preceduti!
Zuppa di patate per pranzo, popcorn per merenda. Nel pomeriggio camminiamo un’oretta verso l’alto, fino ai 3900 mt per abituare, dice Masu, i muscoli all’altitudine. Lassù ritroviamo gli arabi. Sempre loro. Un simpaticissimo ragazzino avvolto in una giacca a vento gialla dalla cima di una roccia urla che lì c’è campo per il cellulare. Lo raggiungo, non per questioni di linea telefonica dato che non ho intenzione di riattivare il roaming fino a quando sarò a Malpensa. Difficilmente si incontrano persone che sprizzano gioia come il ragazzino. Racconta che nei primi due giorni di trekking ha visto cose che da lui in Arabia non si vedono. Tutto questo verde, tutti questi alberi. Mi canta a squarciagola tutta la canzoncina ‘Jambo! Jambo Buana!’. Lo adoro, dispensa gioia e buon umore! I suoi grandi occhi neri brillano di felicità. Intorno a noi gente arrampicata sulle rocce in cerca di una connessione. Intorno a noi tanti ‘camini’ creati dai trekkers che impilano i sassi uno sull’altro per testimoniare il passaggio…
Torniamo al campo. Balliamo e cantiamo in cerchio. Si aggrega anche Sasha, russa di Mosca, Masu la invita anche per i balli dei giorni successivi. Il madrileno tanto in ansia per il quarto giorno di trekking sta giocando a carte.
Medical check prima di cena. Polso ossigenazione: 86 e 88 io, 69 e 88 Stefano. Il nostro team è soddisfatto perché nessuno di noi quattro vomita.
Per cena il cuoco Willium (sì, si scrive così) ci prepara una pizza che in effetti sembra più una quiche. Ripieno ‘all inclusive’ c’è di tutto, carne verdure formaggio, Abbiamo anche insalata con fettine di frutta e verdura. Zuppa piccante dal colore verdognolo.

Fa freddo è c’è tanta umidità. La tenda ghiaccia anche stanotte. Proviamo ad usare le copertine termiche, quelle che sembrano la carta delle uova di cioccolato. Le uscite per la pipì sono un incubo. Dormo pochissimo, Stefano praticamente niente. All’alba le copertine argentate sono coperte di goccioline d’acqua. Almeno hanno tenuto l’umidità lontano dal sacco a pelo!
Infilarsi le scarpe uscendo dalla tenda è sconsolante. Sono umide e fredde. Devo anche prendere un Nurofen perché il cuscino gonfiabile tormenta il mio collo.
Stefano non è per nulla in forma.

TREKKING GIORNO QUATTRO 29 dicembre
Giornata folle. Il famoso quarto giorno: il ‘Challenging Day’.
Se superi questa giornata, dicono le guide, hai ottime probabilità di arrivare in cima.
Partiamo dai 3851 metri del nostro campo. La prima parte di cammino è ad una andatura troppo lenta per me. Rischio che mi si ‘imballino’ le gambe. Decido di superare il gruppo e aumentare un po’ il passo. Si cammina meglio là davanti, con le gambe libere di muoversi alla velocità che vogliono. Masu che è partito mezz’ora dopo di noi si ricongiunge con il gruppo e si accorge che non ci sono. Mi fa raggiungere da un portatore di uova che cammina con me per un po’. Arriva da me anche Masu. Mi dice che Stefano è insieme agli altri e che non sta per niente bene. Mi fa notare che se non lo aspetto difficilmente mi darà l’anello in cima al Kilimanjaro… gli faccio vedere la fede e gli dico che l’anello l’ho già avuto da quasi ventisette anni! Masu scoppia a ridere. Aspettiamo che il gruppo si ricompatti. Stefano ha le gambe molli, si sente stanco e non riesce a fare pipì (questa è una novità). Forse l’altitudine? Forse un po’ di influenza (ieri aveva una tossina che non mi piaceva per niente)? Forse la notte in bianco? Secondo Joseph è perché beve poco. Dai pure con questa teoria dei pochi liquidi! Siamo in marcia da oltre tre ore e ne mancano quasi due al Lava Tower Camp, 4600 metri di altezza. A tratti piove, a tratti nevica. Fa molto freddo. C’è persino la nebbia. Joseph obbliga a Stefano a bere. Senza che le guide se ne accorgano gli faccio prendere un Nurofen a rilascio immediato. Un porter ci raggiunge e gli prende lo zaino. Riprendiamo il cammino. Tanta fatica e anche qualche lacrima. Passa poco tempo e Stefano comincia a sentirsi meglio. Merito del Nurofen? Merito del peso dello zaino che non c’è più? Torna anche a fare pipì. Sta bene.
Arriviamo al Lava Tower Camp ed è in perfetta forma. Il meteo è sempre infame. I nostri meravigliosi porters hanno montato la tenda mensa e ci fanno trovare il pranzo pronto. Mangiamo e poi schiacciamo pure un pisolino, a tavola, seduti, come facevano i nostri nonni. Le guide vogliono tenerci un po’ a questa altitudine per facilitare il nostro acclimatamento riportandoci poi a 3900 di quota per la notte.
Impieghiamo due ore per scendere al Baranco Hut Camp. Il meteo continua ad essere quello che ha caratterizzato tutta questa giornata: pioggia, neve, nebbia, freddo e perché no anche sole. Ho un po’ di mal di testa. Non credo sia l’altitudine. Mi pare più qualcosa che c’entra con la fatica e con il cuscino gonfiabile. Arrivo al campo e prendo un Aulin. Come sulla via verso Santiago, Nurofen e Aulin, due fedeli alleati! Mi sdraio in tenda per cercare di rilassare il collo, ma è subito popcorn time e se non andassi dovrei dare troppe spiegazioni. Relax rimandato alla breve pausa fra i popcorn e la cena…
Ci chiama Rama intorno alle 19. Ottima zuppa di non so di cosa ma è un non so cosa buono e ne mangio otto mestoli. Così il freddo passa un po’. Poi verdure miste annegate nella solita salsa e penne immangiabili. Cerchiamo comunque di buttarne giù qualche forchettata perché ci rendiamo conto che i carboidrati ci servono. Stella non riesce nemmeno a mangiare la zuppa. È molto stanca e ha freddo. Siamo usciti tutti un po’ malridotti da questo quarto giorno. Check medico polso ossigenazione: 97 e 85 io, 79 e 86 Stefano. Stella ha il polso altissimo… 125. Con 130 non si prosegue. Tina sta bene. Donna indistruttibile… saranno tutte quelle proteine in polvere che continua a buttare giù tutte le mattine? O tutte quelle barrette iperproteiche che ingurgita ad ogni chilometro? Masu e Joseph ci dicono che d’ora in poi ci obbligheranno a bere. Almeno tre litri durante ogni trekking. Caffè e tè non valgono. Vale solo la fresh water.
Domani ci aspetta il Baranco Wall. Dovremo salire quasi trecento metri di quota arrampicandoci come scimmie su per una parete di roccia. Dobbiamo assolutamente cercare di dormire, sperando di non dovere uscire troppe volte dalla tenda stanotte, anche perché a forza di salire di quota non solo sono finiti gli alberi, ma sono finiti anche i cespugli! Piove.
La tenda sta già ghiacciando.

TREKKING GIORNO CINQUE 30 dicembre
Nuova alba ai piedi del Kili. Compleanno di Stefano.
Il ghiacciaio Kibo risplende sotto il sole davanti alle nostre tende. È uno splendore.
Conosciamo la nostra vicina di tenda. Arriva da Maastricht. Suo marito qualche mese fa l’ha convinta ad accettare l’idea di una vacanza in Tanzania. Da Amsterdam c’è un volo diretto di Klm per l’aeroporto di Kilimanjaro. Hanno prenotato una settimana di safari e una settimana a Zanzibar. Poi lei, terrorizzata dagli aerei e che a malapena si fidava di volare con Klm, ha scoperto che da Kilimanjaro avrebbero raggiunto l’isoletta con un piccolo aereo da dodici posti. Presa dal panico ha deciso di sostituire gli ultimi otto giorni di vacanza in spiaggia con qualunque altra cosa che si potesse fare qui e che durasse otto giorni. La scelta è ricaduta sull’unica alternativa possibile… il trekking lungo la Lemosho Route! Rilascia immediatamente la sua dichiarazione lapidaria: ‘questa è la mia prima esperienza di trekking del genere in tenda, col freddo, senza lavarmi, ecc ecc ecc… e sarà anche l’ultima!’
I trecento metri di ascesa per superare il Baranco Wall sono a dir poco folli.
Una moltitudine di porters più tutti i climbers come noi si arrampicano come le scimmie su per dei grossi massi. Passiamo dalla famosa ‘kissing rock’, una roccia sporgente che si supera strisciandoci addosso quasi a volerla baciare con un passaggio largo poco più della scarpa.
Il sentiero e stretto, il muro del Baranco da un lato e il burrone dall’altro. I porters hanno sulle teste l’intero accampamento e tutti i bagagli. Se solo qualcosa gli scivola giù finisce in testa a noi! A metà salita perdo il conto delle volte che sono caduta. Spero di incontrare nel prossimo campo lo scalatore che mi ha presa al volo per ben due volte mentre scivolavo giù dalla parete stile Gatto Silvestro quando tenta di correre sul tapis roulant!
Dobbiamo attraversare diversi torrenti e la regola è: mai mettere i piedi sulle rocce sporgenti, metterli sempre nell’acqua. Stefano non si fida di questa regola tanzaniana e opta per il sasso sporgente… e cade…
Non c’è tempo di fermarci troppo. Il sole verso mezzogiorno come sempre accade qui ci abbandona. Il tempo cambia decisamente non appena superato il Baranco Wall, mentre entriamo nella Karanga Valley. Le decine e decine di alberi di senecio che seguono il corso dei torrenti cominciano a diradarsi.
Per un lungo tratto camminiamo più alti delle nuvole, poi la nebbia ci avvolge. Sue e giù, su e giù, arriviamo al Karanga Camp, 3995 mslm. Il campo è molto più spartano degli altri. Non credevo che la cosa fosse possibile. Qui sarà dura persino trovare un bagno ‘naturale’. Joseph è preoccupato per le tante uscite tecno-idrauliche obbligate che dobbiamo fare di notte dalla tenda perché in questo modo non riusciamo a riposare bene, così ci chiede di non bere più nulla dopo le 16.
Tento di riposare un po’ in tenda, ma come mi addormento mi sveglio di soprassalto in cerca dell’ aria che all’improvviso mi manca. Mi succedeva la stessa cosa a Puno in Perù. Meno male che mi era già successo in Perù! Fosse stata qui la mia prima volta sarei andata nel panico! Do la colpa alla quota, ma non so esattamente cosa devo fare. Restare sempre sveglia? Riaddormentarmi e smettere di respirare?
Ottima domanda per le mie guide al prossimo medical check. Risposta: la tenda era chiusa ed è venuto a mancare l’ossigeno (cioè non ero io che non riuscivo più a trovarlo, non c’era proprio) quindi il cuore ha creduto di doversi fermare e a quel punto mi sono svegliata di colpo per ritrovare l’ossigeno ed evitare che il cuore si fermasse. Soluzione: non chiudere del tutto la tenda. Divertente… col freddo che fa!
Medical check buono per tutti. Polso basso e ossigenazione alta. 92 e 82 io, 76 e 85 Stefano. Masu è molto soddisfatto di noi. Racconta che spesso sul Baranco Wall i climbers devo essere sollevati a braccia perché faticano a procedere.
Dopo il solito popcorn time pomeridiano Stefano ed io andiamo con Masu a camminare. Si sale ovviamente. Incontriamo il madrileno Miguel. Ha avuto problemi di acclimatamento il secondo giorno, ma adesso li ha brillantemente superati. Spalanca le braccia e ci dice sorridente: ‘Ya està hacido!’ (è già fatta!!) e ci dà appuntamento in vetta.
A metà strada Stefano rientra al campo in cerca di qualcosa che non esiste come ad esempio un bagno… le scodelle di zuppa stanno facendo il loro effetto…
Continuo a camminare con Masu sempre in su, per poi però scendere di corsa perché inizia a piovere e l’ultima cosa che serve è ritrovarsi con pantaloni e giacca bagnati. Niente da fare, troppo tardi. Provo a stendere tutto nella tenda mensa. Dentro fa freddo ma almeno sgocciolo lì e non nelle nostre tendine. Anche Tina e Stella hanno tanta roba bagnata perché oggi dopo il trekking hanno fatto bucato. Confidiamo tutti nel sole della mattina che finora non è mai mancato.
Sono le 20.15. Indispensabile cercare di e riuscire a dormire perché da domattina inizierà una giornata che durerà molto più di un giorno.
Intanto le luci di Moshi brillano sotto di noi, laggiù, tremila metri più in basso…

TREKKING GIORNO SEI - SAN SILVESTRO
31 dicembre 2018, ultimo giorno dell’anno, ma questa volta sarà un San Silvestro completamente diverso dagli altri.
La cima del Kili è qui davanti a noi, se allunghiamo la mano la possiamo quasi toccare. Sono le 7 del mattino: fra 24 ore potremmo essere lassù. Il Monte Meru sbuca dalle nuvole che sotto di noi coprono in parte la pianura.
Alba ai piedi della nostra montagna, a 9 km dalla vetta…what else?? Con la prima ora di sole mentre facciamo colazione si asciugano anche i nostri vestiti.
Abbiamo dormito abbastanza bene nonostante per un po’ di tempo io sia rimasta sveglia in cerca di una borraccia con un po’ di acqua per prendere un Nurofen. Maledetto collo che continua a litigare col cuscino gonfiabile! Ho preso la pastiglia a secco, mangiandoci dietro un biscotto per riuscire a mandarla giù.
Camminiamo in salita ‘pole pole’ per quattro ore fino a raggiungere il Base Camp. Siamo al Barafu Hut, 4673 mslm. Ci godiamo la spettacolare vista sul Monte Mawenzi, 5149 metri di altezza, e sul nostro Kili la cui cima adesso e lì a soli 5 km Di distanza.
Willium ci prepara una zuppa di patate per pranzo. A tratti fa caldo e a tratti si alza un vento gelido.
Medical check… benino. Ho il polso a 114, un po’ alto. In effetti sento il cuore battere veloce. Deve essere l’adrenalina! Ossigenazione 77. Stefano perfetto: polso 82 e ossigenazione 80. Respiriamo meglio qui che a casa.
Briefing. Situazione: siamo a soli 5 km da Uhuru Peak, il punto più alto del Kili. In linea retta sarebbero meno, ma procederemo a zig-zag per risentire il meno possibile dei 1200 metri di dislivello che ci aspettano. Previste sei o sette ore per arrivare in cima. Nei primi quarantacinque minuti dovremo fare quello che qui chiamano ‘monkey business’, affare da scimmia. Guanti da roccia come sul Baranco dunque. Una volta raggiunto avanzando come babbuini il Kosovo Camp (the last camp) sarà solo trekking. Pole pole per lunghi tratti, sarebbe pericoloso fermarsi troppo spesso per via del freddo. Rigorosamente vietato chiedere ‘quanto manca???’. Come riferimento sappiamo che dall’inizio del cammino arriveremo in prossimità del cratere e dello Stella Point in cinque o sei ore, in contemporanea con i primi raggi di sole. Da lì mancheranno 700 metri alla vetta con un dislivello di 139 metri. Vietato fermarsi. Un’altra ora circa per raggiungere il punto più alto. Tempo per le foto di rito, un quarto d’ora per goderci la cima, non di più per questioni di sicurezza. Edemi e compagnia bella sono sempre in agguato a quella quota. Discesa veloce e sosta fotografica anche a Stella Point e ancora più veloce la discesa per tornare qui alla tenda. Sonnellino. Pranzo. Altra discesa, quattro ore di cammino, fino al Mweka Camp a 3100 di altezza. Lì passeremo la notte.
Il tratto più difficile dovrebbe essere a circa due ore da Stella Point, per la fatica, per il freddo e per la mancanza di ossigeno che potrebbe cominciare a farsi sentire.
Buona fortuna a tutti i climbers. Alle 23.30 si parte per la cima. Intanto di riposare in tenda non se ne parla. Fuori fa freddo ma il sole che splende rende la tenda un forno. Riproveremo a dormire dopo la early-dinner prevista per le 18.
Eccola, la early-dinner… Spaghetti. E poi dormito poco.
La vestizione inizia dopo che Rama alle 23 viene a dirci sorridendo ‘wake up!’. Calzamaglia termica, pantaloni invernali, sovra pantaloni da pioggia antivento. Intimo termico a maniche e collo lunghi, altra maglia termica sopra, orsetto, giacca a vento imbottita, guscio in goretex antivento e antipioggia. Calzettoni in lana merinos con pastiglie scaldapiedi incollate sotto. Cappellino invernale e balaclava sopra. Torcia da testa.
Alle 23.20 facciamo popcorn time messi così. Mi sembra di essere un palombaro, faccio quasi fatica a muovermi per la tanta roba che indosso. Ma non mi avanza nulla. Mi auguro con tutto il cuore che non mi capiti mai prima di domattina di dover fare pipì! Fa freddissimo. In vetta sono previsti meno 13 gradi e una grande umidità. Tira un vento fortissimo. Indossiamo anche i guanti con le pastiglie scaldamani infilate dentro. Zaino in spalla con due litri di acqua e qualche snack. Arturo, c’è anche lui ovviamente. Anche lui vestito, con giubbottino di pelle, cappellino di lana e sciarpa. Lascio la reflex in tenda, impensabile di portare altri due chili fin su. Infilo in una tasca la compatta e in un’altra tasca l’iPhone. Devono stare il più possibile vicino al corpo per via delle batterie che rischiano di scaricarsi col freddo.
Impugniamo le nostre bacchette da trekking. Pronti via: summit night!
Ore dopo…

TREKKING GIORNO SETTE - SUMMIT NIGHT - CAPODANNO
Pazzesco. La fatica più grande della mia vita. Festeggiamo il Capodanno poco dopo l’inizio del sentiero. Tina tira fuori dal suo zaino le trombette. Non ci penso nemmeno di usarle: preferisco tenere tutto il fiato che ho nei polmoni per la salita! Sotto di noi sempre le luci di Moshi, sopra di noi nitidissima risplende la Via Lattea. Il vento gelido soffia da tutte le direzioni.
Come promesso al briefing, per i primi quarantacinque minuti ci arrampichiamo come scimmie su per la parete rocciosa che porta al Kosovo Camp. È buio. Luna nuova. Occhi fissi sui piedi della guida che ci precede. Continuiamo a salire zigzagando. Le centinaia di torce di noi trekkers sembrano un lungo serpentone illuminato.
La salita è molto faticosa. In tanti si fermano, chi per il vomito, chi per il mal di testa. Il mal di montagna non è uno scherzo. Difficile prendere decisioni quando si sta male ma la cima è così vicina. Doversi fermare a pochi chilometri dal traguardo non è bello. Qualcuno non riesce più a muovere le gambe. Fa sempre più freddo. Il vento gelido fa desistere molti. Alcuni team ci riproveranno più tardi, col sole.
Continuiamo a camminare al buio per le prime cinque ore. Il terreno è sabbioso, impervio e scivoloso. Le nostre torce che illuminano i nostri passi nel raggio di 50 centimetri non ci danno idea di dove stiamo andando, lo sforzo ci indica solo che stiamo salendo. Pole pole. Piano piano.
Oltre a Joseph e Masu salgono con noi anche due summit-porters: Hashim e Jafary. Ci assistono, ci accudiscono, ci incentivano passo dopo passo.
Don’t stop! Keep moving!
Joseph grida ‘don’t sleep don’t sleep!’. Perché con questa andatura lenta e questo freddo la tentazione di chiudere gli occhi, avanzare per inerzia e addormentarsi c’è…
Dovremmo bere spesso e mangiare qualcosa, ma non ci riesco. Ho raggiunto un sottilissimo equilibrio cervello-cuore-polmoni-stomaco-vescica. Mi sento che se provassi anche solo a bere un sorso di acqua e ad ingerire qualcosa questo stato di benessere sparirebbe. Masu insiste e tento per la verità di inghiottire due datteri. Il primo va giù a fatica, il secondo proprio non va. L’unico sorso di acqua che riesco a bere è gelido. Dopo poco nessuno di noi riesce più a bere: l’acqua si è ghiacciata nelle borracce che si trovano nelle tasche esterne degli zaini. Forse nelle borracce che stanno dentro agli zaini e che abbiamo con tanta cura avvolto in una t-shirt per proteggerle dal freddo l’acqua potrebbe non essersi ghiacciata, ma nessuno ha la forza di togliere lo zaino dalle spalle e di provare ad aprirlo. Le dita delle mie mani si sono congelate dopo la prima ora di cammino, nonostante le pastiglie riscaldanti. Tengo le mani in tasca per il resto della salita, con le bacchette da trekking inutilizzate che mi penzolano dai polsi. Difficile salire senza l’aiuto dei bastoncini. Perdo spesso l’equilibrio. Difficile anche continuare a salire al buio. Osservo il serpentone illuminato delle torce in testa a chi ci precede. Osservo il serpentone illuminato delle torce in testa a chi si segue. Abbiamo tanta gente dietro, vorrà dire che un po’ di strada l’abbiamo fatta. Non riesco a guardare che ore sono. Il polso è coperto da cinque maniche di vestiti. L’iphone è nella tasca interna dell’orsetto. Terzo strato, dovrei aprire il piumino e la giacca in goretex per arrivarci. Continuo a salire nel buio senza avere idea di che ora sia.
Joseph prova ad intonare il nostro grido: ‘One team!’… dovremmo rispondere urlando ‘One dream!’. Tutti zitti. Silenzio.
Dopo ore di marcia il cielo cambia. Intravediamo un po’ di luce. I primi bagliori. C’è tanto vento che dalla pianura fa alzare le nuvole verso di noi. L’effetto delle nuvole che si muovono roteando tra i primi raggi di sole è fantastico. La luce che piano piano (anche lei pole pole) si fa sempre più forte ci dà energia. Ce lo hanno detto al briefing: primi raggi di sole vuole dire cratere vicino…
Masu: “Let’s go kill the mountain before the mountain kills you!”
Sempre più in su, fino al cratere. Stella Point! 5756 metri di quota. Partono gli abbracci e qualche lacrima. Gli accordi non erano questi. Gli accordi erano di non fermarsi, ma di proseguire subito fino a Uhuru Peak. Mancano ancora 700 metri di distanza e 139 metri di dislivello!! Chiedo a Stefano perché stiamo già festeggiando se manca ancora così tanto e mi risponde che è giusto così, che ormai siamo in cima…
Sarà faticosissimo arrivarci però! L’adrenalina con tutti questi festeggiamenti anticipati precipita. Le mie gambe faticano a muoversi. Riesco a fare si e no cinque o sei passi alla volta e poi mi devo fermare qualche secondo. Le tante ore passate senza bere e senza mangiare devono avere tolto ossigeno ai miei muscoli. Stefano mi prende sottobraccio. Continuando a salire incontriamo Miguel con il suo amico spagnolo. Stanno scendendo dal picco. Miguel è felicissimo. Ci congratuliamo con loro. Ci dice ‘dai che manca pochissimo!’.
Masu continua a dirci ‘guardate i miei piedi, guardate i miei piedi, camminate così pole pole!!’. Ci siamo, ci siamo.
E… sì finalmente ci siamo.
Dopo quasi un’ora di marcia da Stella Point tocchiamo il grande cartello con scritto Uhuru Peak!
Sono le 7.12 dell’alba di Capodanno.
Dopo un 2018 difficilissimo iniziamo il nuovo anno qui.
Recita il cartello:
“Mount Kilimanjaro – Congratulation you are now at Uhuru Peak Tanzania 5895 m/19341 ft– Africa Highest Point – World’s Highest Free Standing Mountain”.
Il Tetto d’Africa. Siamo in cima al tetto d’Africa… Ventuno anni fa lo avevamo visto dal finestrino dell’aereo, adesso ci siamo sopra!
Il cratere è bellissimo. Tutto intorno neve e formazioni di ghiaccio. Lo spirito da fotografa ha il sopravvento sulla fatica e scatto foto alla meraviglia che mi sta intorno. Foto di rito anche sugli scalini di legno (ci tocca salire pure quelli) con il grande cartello alle spalle, Arturo in braccio e il gagliardetto del nostro comune in mano.
Masu vuole che cominciamo a scendere. È pericoloso stare troppo tempo fermi ad alta quota con questo freddo. In pochissimo siamo di nuovo a Stella Point. Foto di rito anche lì. Sono arrivati su anche gli arabi. Chissà se nel gruppo sotto al cartello di Stella Point ci sono anche l’amico libico e il ragazzino con gli occhi che brillano. Siamo tutti talmente tanto vestiti che è difficile riconoscerci. E non possiamo fermarci troppo nemmeno lì. Ora di scendere, velocemente. Jafary prende il mio zaino e mi porta al campo in nemmeno due ore. Scivoliamo correndo sulla sabbia sotto il sole cocente. Uso le bacchette come se fossi su una pista da sci. Le gambe girano a mille. Intanto c’è gente che inizia la salita. Quelli dei team che ieri notte hanno deciso di tornare indietro, per il troppo freddo e per il vento troppo forte. Adesso ritentano la cima.
In prossimità del Kosovo Camp ci viene incontro Rama con del succo di mango fresco.
Arrivata alla tenda gli altri porters mi abbracciano e si congratulano. Vorrebbero subito il racconto dell’esperienza. Mi siedo con loro, ci guardiamo negli occhi, loro non parlano inglese, io non so lo swaili. Rimandiamo il racconto a quando saranno scesi dalla vetta Masu e Joseph che potranno fare da interpreti. Mi sdraio in tenda con i piedi fuori dall’apertura per non sporcare il sacco a pelo con le scarpe. Jafary si preoccupa persino di togliermele così posso riposare meglio. Ormai è diventato il mio tutor! Dormo fino all’arrivo di Stefano e Hashim un’ora dopo. A Tina e Stella servirà un’altra ora ancora per scendere.
Quello che segue è una sorta di trance. Il pranzo con l’appetito che non c’è più. Le quattro ore in discesa lungo un sentiero scivolosissimo, con le tante cadute e il fango attaccato un po’ ovunque. Fino al Mweka Camp a 3100 di quota che dopo i tanti accampamenti rudimentali ci sembra quasi un camping vacanze, a cominciare dal piccolo marciapiedi che gira intorno alla Tourist Toilet. Che però non usiamo perché le nostre tende sono dall’altra parte del campeggio e ci sono di nuovo gli alberi che andranno benissimo.
La signora di Maastricht non ce l’ha fatta, niente cima per lei.
Ultimo medical check di questa fantastica esperienza. Polso/ossigenazione: 96 e93 io, 68 e 92 Stefano. Stiamo bene.
Settima notte in tenda. Dormiamo come ghiri, dalle 21 alle 5.38. Record di ore di sonno.

TREKKING GIORNO OTTO 2 gennaio
Rama ci sveglia. Rama ci porta il caffè. Rama ci porta la bacinella di acqua calda con la piccola saponetta da dividere in due per lavarci viso e mani. Rama viene ad avvisarci che la colazione è pronta. Rama ci sgrida perché nessuno di noi mangia il porridge. Rama ci riempie per l’ultima volta le borracce con l’acqua che sa di amuchina.
Rama. Sempre lui. Ha scandito le nostre giornate sul Kilimanjaro dall’alba fino a sera. Ogni giorno, una presenza rassicurante. Sempre sorridente. Sempre attento a tutte le nostre esigenze. Rama, che alla fine deve ammettere di non mangiare il porridge nemmeno lui…
Celebration. Dopo colazione, quando il campo è ormai stato smontato per l’ultima volta, balliamo e cantiamo in cerchio. ‘Jambo! Jambo Buana! Kilimanjaro Hakuna Matata!’ È l’ora dei saluti, abbracci e mance per tutti. Il nostro team di quindici persone fra porters, cuoco e guide ci ha aiutati a conquistare la vetta. Sarà impossibile dimenticare questa ‘famiglia’ meravigliosa. La grande famiglia di Top Climbers della quale faremo per sempre parte anche noi.
Finiti i festeggiamenti, ci aspettano ancora quattro ore di cammino per uscire dal Parco Nazionale. Sono tutte in discesa, ma diventano cinque perché esattamente come ieri, anzi forse ancora più di ieri, il terreno è terribilmente scivoloso. Persino i porters cadono. Meglio andare piano, meglio non rischiare di farsi male proprio adesso. Camminiamo nella foresta pluviale, tra scimmie ed alberi enormi pieni di muschio. Siamo proprio a casa di Tarzan… ci sono liane ovunque! E ci sono anche i newyorkesi, quelli che per pochi minuti nella hall dell’hotel erano stati i nostri potenziali compagni di trekking. Anche loro arrivati in cima. Anche loro entusiasti.
Il cancello di uscita del parco. Registriamo la fine del trekking in ufficio. Dichiariamo l’ora in cui abbiamo raggiunto la vetta.
Una birra! La Top Climbers ci fa trovare una bottiglia di birra appena usciti dal cancello! Peccato che non sia molto fresca, ma dopo tanta acqua al gusto di amuchina e tanto tè al ginger la Kilimanjaro Beer è comunque ben accetta.
Proviamo una serie di emozioni oltre all’alcol della bevanda: i primi passi sull’asfalto dopo tanti giorni di terreni sconnessi, la toilette con water, lavandino e specchio. Da quanto tempo non vedevamo la nostra immagine…
Ritroviamo il ragazzo libico che per tutto il trekking ci ha chiamati ‘Italiaaaaa!’, promettiamo di andarlo a trovare a Tripoli. I suoi gestiscono una panetteria proprio di fianco all’Ambasciata italiana. Sarà facile trovarlo. Compare anche il giovane saudita. I suoi occhi continuano a brillare. Scopriamo che ha solo quattordici anni. Ci racconta che il più giovane scalatore ad avere raggiunto la cima aveva solo sette anni!
Pranziamo. Non più nella tenda mensa, ma in un ristorante, anche se il cuoco è sempre Willium. Solita zuppa. Solito riso. Solite verdure lesse. Solito tè. Ormai non se ne può più. sogniamo una pizza e una bottiglia di vino!
Compriamo due cartoline e due patches con raffigurata la montagna conquistata da attaccare sullo zaino.
In bus ritorniamo a Moshi, dove tutto aveva avuto in inizio. In ufficio Manase si complimenta con noi. Ci regala la t-shirt dell’agenzia.
Hotel. Di nuovo il Kilimanjaro Wonder. Per fortuna la nostra stanza è al primo piano. Indovinate un po’? L’ascensore è ancora fuori servizio.
Il primo messaggio di whatsapp come promesso, è per la mia collega Valentina, anche lei come me amante del trekking e della montagna. A seguire foto sui social. Il Sindaco si complimenta con noi via messanger e mette il post di congratulazioni sulla pagina di Soliera.
Abbiamo un paio d’ore di tempo per rimetterci in sesto. Doccia e capelli, anche se Stefano finisce l’acqua calda e quando tocca a me la temperatura dell’acqua è decisamente più fresca di quello che speravo. Manase viene in hotel a consegnarci i nostri Certificati. Siamo arrivati in cima alle 7.12 del primo giorno dell’anno. È tutto vero, scritto nero su bianco!
Faccio stampare le carte di imbarco per il volo di rientro in Italia. I patches del Kili sono già cuciti sullo zaino e fanno bella mostra di sé vicino a quelli del Cammino di Santiago.
Ceniamo al ristorante dell’albergo. Nel tavolo di fianco al nostro ci sono i due newyorkesi. Indomiti! Continuano col cibo da vetta! Verdurine e risino… Noi… Pizza e vino sudafricano (quello cileno è finito). La pizza non è un granché e avremmo preferito il vino cileno, ma almeno non è più cibo da vetta!
Un letto, con materasso, lenzuola e cuscino vero. L’interruttore per accendere e spegnere la luce. Il bagno a pochi metri. Biancheria pulita addosso. Cellulare in carica. Acqua di cortesia in bottiglia. Caldo. Finestra aperta per fare entrare un po’ d’aria. Di nuovo nella civiltà…

Giovedì 3 gennaio

Il gallo che canta. Comunque siamo già svegli. Le emozioni degli ultimi giorni non ci fanno dormire molto. Facciamo colazione accerchiati da un enorme gruppo di giapponesi.
Nel fare i bagagli ieri sera ci siamo accorti che manca una calza di Stefano. Proprio una di quelle che dovrebbe indossare in aereo. Nella notte a lui sovviene che la seconda calza potrebbe essere rimasta nel sacco mummia e quando passiamo in ufficio per il saldo dell'escursione di oggi chiediamo di poter rovistare nei sacchi a pelo e... la troviamo! Puzza ma andrà bene lo stesso. Moshi, paese miracoloso in cui i calzini si riaccoppiano!
Passiamo la mattinata al villaggio Masai che si trova ad una trentina di km da Moshi. Praticamente di fianco all'aeroporto, dove dovremo poi tornare nel pomeriggio. Ci vestono e immediatamente portano via Stefano dopo avergli messo un lungo bastone in mano. Ricompare insieme agli uomini masai dopo una mezz'ora. Sono in trance fotografica. I Masai se ne accorgono e non tentano nemmeno di coinvolgermi nelle loro attivitàNel frattempo le donne cantano... Poi seguono le danze masai... l'accensione del fuoco... la visita alle loro abitazioni, al bestiame... saremmo potuti rimanere lì per ore, ma abbiamo un volo da prendere e quindi siamo costretti a salutare i nuovi amici e a rientrare in hotel. Duecentosettanta foto scattate.
Fa caldissimo. Pranziamo a bordo piscina e Stefano trova anche il tempo per un bagno. L'effetto capelli puliti è già svanito dopo le ore con i masai. I patches del Kili sono già stati cuciti e fanno bella mostra di sè sugli zaini vicina a quelli del Cammino di Santiago. Beviamo le ultime due Kilimanjaro Beer. Il transfer di Top Climber arriva puntuale per portarci in aeroporto. In transito ad Addis Ababa ritroviamo i ragazzi che due settimane fa stavano andando ad un matrimonio in Burundi. Ci raccontano dell'amica che si è sposata laggiù. Ci chiedono del nostro trekking. Parliamo di Santiago.
Manca un'ora alla partenza del nostro volo. E' il momento di tirare le somme di questa vacanza. Vacanza? Viaggio? Esperienza... forse. Belle le giornate in Etiopia. Belle le escursioni dai Chagga e dai Masai. Indimenticabile e stampata per sempre nel nostro cuore l'esperienza sul Kilimanjaro... Stampata poche ore dopo anche sulla pelle...

 

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