Chiara Manzini

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30 Giu 2018

La carrozza della bella Antiglia

Italia Toscana
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Durata del viaggio 3 giorni

Periodo dell'anno aprile

Range di spesa Da 100€ a 200€

Adatto a Tutti

02 Aprile 2018

Il fascino dei borghi medievali è spesso accresciuto da una serie di leggende e di feste tradizionali che hanno lo scopo di riproporre usi, costumi e modi di vivere ormai lontani nel tempo. La cultura della Maremma offre un’infinità di antiche leggende che sono legate quasi sempre alle gesta di personaggi aristocratici. Tuttavia, io credo che se il racconto è arrivato fino a noi, anche se sotto forma di narrazione mitologica o favola qualcosa di vero deve pur esserci. Basti pensare al leggendario esercito di terracotta di Xi'an, in Cina. Tutti credevano fosse una favola fino a che un contadino, scavando un pozzo, ritrovò la testa che dette il via agli scavi archeologici.

Chissà che anche nella storia della bella Antiglia non ci sia qualcosa di vero!

Si racconta che a Sovana vivesse una bellissima regina etrusca amata da tutto il popolo e da chiunque avesse la fortuna di conoscerla. Il suo nome era Antiglia. Una regina che governava con equilibrio e stabilità, giusta e mite, l’unico suo cruccio era il timore di venire dimenticata dopo la morte, voleva farsi ricordare per sempre. Decise, pertanto, di chiamare a corte i migliori orafi della zona a cui commissionò una carrozza trainata da quattro cavalli, tutto in oro massiccio! Voleva che venisse posta vicino alla sua sepoltura quasi a voler simboleggiare un viaggio interminabile contro il tempo e l’oblio. Una tomba grandiosa, sarebbe stata un monumento di grandissimo valore. Tutti i suoi sudditi ebbero modo di ammirare la bellezza di un simile capolavoro. Alla sua morte la regina ordinò di essere seppellita, con la carrozza e i quattro cavalli d’oro, in un luogo segreto. Nessuno a mai trovato la tomba della regina Antiglia: per generazioni sono state tramandate mappe e notizie riguardo al luogo mai trovato della sepoltura. Dai cunicoli sotterranei di Sovana, al passaggio segreto che conduceva fuori della città, fino a Saturnia e in numerose altre località della zona, ancora oggi si ricerca la carrozza d’oro. Dopo tanti secoli il ricordo di Antiglia è ancora vivo, proprio come lei voleva! Chissà che un giorno, un contadino, scavando un pozzo…

Anche noi siamo partiti alla volta di Sovana, non abbiamo trovato la tomba di Antiglia ma abbiamo potuto ammirare aree sepolcrali a dir poco stupefacenti che hanno accresciuto in me la convinzione che, spesso le leggende hanno un fondo di verità.

Purtroppo, in queste zone le scoperte archeologiche sono state per molto tempo fortuite, spesso legate ad attività clandestine di tombaroli travestiti da studiosi che hanno continuamente saccheggiato le tombe per trafficare con gli oggetti ritrovati. L’esploratore ed etruscologo britannico George Dennis, in occasione di un suo viaggio in Italia, parlando di tombe etrusche le descrisse come “il risultato di duemila anni di profanazioni” e aggiunse che l’uomo è il peggior nemico delle cose che costruisce. Inoltre, camminando per queste vie cave o strade bianche che collegano  un paese all’altro mi sono resa conto che le tombe sono ovunque. Pertanto mi sono messa nei panni degli abitanti del luogo di qualche secolo fa e ho pensato che per loro, in fondo, le tombe etrusche scavate nel tufo erano soltanto degli ambienti non utilizzati, nei quali si poteva tranquillamente vivere, allevare animali, conservare vino, senza bisogno di scavare troppo perché tanto ci avevano già pensato i loro antenati!

Basta uscire da Pitigliano dal quartiere di Capisotto scendendo verso la valle del fiume Lente, dopo poche centinaia di metri si giunge alle due vie cave di poggio Cani, brevi ma di indiscussa suggestione e fascino. Qui si possono facilmente notare ambienti scavati nel tufo che vengono utilizzati come cantine e rimesse ma chissà, un tempo, forse erano utilizzati dai nostri progenitori etruschi per tutt’altro scopo.

 

 

Le vie cave non sono percorsi particolarmente lunghi, a volte si collegano tra loro ma, in ogni caso, sono vere e proprie strade di comunicazione. Percorrendole ci siamo posti molte domande ma siamo riusciti a trovare poche risposte. Le tecniche di scavo, il periodo, la simbologia perché abbiamo notato molti segni e simboli di cui ignoriamo il significato.

Ho pensato che i nostri antenati avessero sfruttato canali naturali preesistenti, invece la maggior parte dei ricercatori concordano nell’affermare che si tratta di vie totalmente artificiali scavate con tecniche ben note anche agli egizi. Venivano scavati nella roccia una serie di fori che poi venivano riempiti con un grosso cuneo di legno secco e infine riempiti d’acqua. L’effetto di rigonfiamento del legno funzionava da esplosivo: faceva saltare un pezzo di roccia e ripetendo l’operazione per innumerevoli volte, si riuscivano a ottenere larghi passaggi che venivano lisciati a colpi di piccone fino a ottenere la via che possiamo ancora oggi percorrere.

Il loro tortuoso procedere tra alte pareti di tufo e la direzione ben marcata da un centro abitato all’altro, hanno fatto pensare che siano state scavate per abbreviare i percorsi. Tuttavia, per altri studiosi la logica viaria non è la motivazione più plausibile, ma ne privilegiano l’aspetto strettamente sacrale. La loro ipotesi si basa su un numero elevato di simboli sacri e iscrizioni che sono stati scolpiti dagli etruschi lungo le pareti rocciose. E’ stato detto tutto e il contrario di tutto.

Questi percorsi mi hanno incuriosito solo osservandoli in fotografia, figuriamoci a passarci in mezzo!

 

Osservando le pareti dall’alto verso il basso, si possono notare numerosi strati e tra questi i segni e i simboli di epoca etrusca sono ovviamente nella parte più alta, a metà parete troviamo in genere le tracce e le iscrizioni medievali, mentre i lavori di adeguamento di epoca più recente sono nella parte più bassa.

 

Una volta tramontata la civiltà etrusca, buona parte del significato dei suoi simboli si perse, pur essendo lì davanti agli occhi di tutti, nessuno riusciva a comprenderne il significato originale. Nel medioevo le vie cave continuarono a essere assai frequentate e tutti quei simboli erano strani per la mentalità e la cultura del tempo. La presenza poi di tombe di un popolo pagano misterioso non fece altro che avvalorare il presentimento che lì ci fosse la presenza del demonio. Si diceva che se qualcuno fosse passato di notte da una di queste vie non avrebbe più fatto ritorno: si potevano incontrare streghe, vedere mostri e demoni. Unica soluzione per scampare a queste brutte avventure e a morte certa era realizzare lungo le vie cave una serie di nicchie e di affrescarle con delle immagini sacre. I cosiddetti “scacciadiavoli”, è possibile vederne ancora molti, purtroppo essendo nicchie all’aperto in molti casi gli affreschi non sono più visibili.

 

Molte vie cave portano il nome di santi, come quella di San Giuseppe che abbiamo percorso noi prima di raggiungere Sovana. Prima di arrivare al tabernacolo raffigurante l’immagine del santo si attraversa un’importante area archeologica del VII secolo a.C. caratterizzata da tombe a camera. Benché le tombe siano state depredate da scavi abusivi è stato possibile recuperare alcuni materiali sporadici (un calice, un piccolo vaso e un Kantharos) che consentono di datare le strutture tra l’ultimo quarto del VII secolo e gli inizi del VI secolo a.C.

Delle dieci vie cave ancora oggi percorribili nel territorio comunale è sicuramente la più caratteristica e quella più legata alla memoria storica dei pitiglianesi. Segnata profondamente sul piano viario con solchi modellati dal continuo transito degli asini, presenta pareti alte oltre dodici metri. Giunti all’edicola di San Giuseppe si nota subito la sua singolare posizione inclinata! Il blocco di tufo che la sosteneva ha ceduto ed è andato ad appoggiarsi all’altra parete della via cava. Oggi, dopo un buon lavoro di consolidamento il blocco di roccia è stabile, ma di tanto in tanto si rendono necessari dei lavori di rinforzo per arginare i vari problemi statici dovuti alla friabilità della roccia tufacea. L’immagine di San Giuseppe e la sua via cava sono legate alla festa tradizionale più caratteristica del territorio che è appunto la famosa “torciata” che si svolge a Pitigliano il 19 marzo di ogni anno. L’attuale effige, opera contemporanea della pittrice Licia Formiconi, si sovrappone all’interno dell’originaria nicchia ai resti non più leggibili di un antico affresco che ovviamente, riproduceva l’immagine di San Giuseppe. Nonostante la distanza dal paese l’edicola è ancora meta di pellegrinaggio, infatti per terra è facile trovare lumi accesi, preghiere scritte e dediche religiose.

 

Arrivati a un lavatoio svoltiamo a destra e seguiamo via di San Pietro da cui si gode un’altra meravigliosa vista su Pitigliano.

 

Lasciamo via di San Pietro (asfaltata) per seguire sulla sinistra una bella strada bianca, sempre affidandoci al nostro inseparabile GPS perché i segnavia sono completamente assenti e lo saranno per tutto il percorso che, strada facendo, si fa sempre più “complicato”: il tracciato si inoltra nella vegetazione, diventa sempre meno intuibile, pensiamo che il comune, o chi per lui, dovrebbe volere un po’ più di bene agli amanti del trekking!

Il sentiero finisce sulla strada provinciale per Sovana, ecco come ci appare il borgo arrivando da Pitigliano.

Entrando a Sovana ci troviamo di fronte all’ormai diroccata Fortezza. Del resto già nel 1542 l’architetto Anton Maria Lari, incaricato dalla Repubblica di Siena di effettuare un sopralluogo per verificare lo stato di degrado, dichiarava che “essa non potrebbe stare peggio di quello che sta, se non vi si ripara al più presto andrà in malora in guisa da non poterla più abitare”. La storia di questa rocca è simile a quella dei palazzi di Pitigliano e di Sorano che, tuttavia, hanno mantenuto un migliore stato di conservazione.

 

Prima abitazione fortificata dei conti Aldobrandeschi, venne trasformata in rocca dagli Orsini con tanto di ponte levatoio e un profondo fossato. Attraverso cunicoli e camminamenti sotterranei, di cui restano tutt’ora tracce, comunicava con le altre porte della città, assicurando rapidi spostamenti di truppe dove la strategia di difesa richiedeva. Passata dagli Orsini ai senesi continuò a essere utilizzata come avamposto strategico, ma la mancanza di denaro portò gradualmente il complesso in un grave stato di deterioramento. Dopo la caduta della Repubblica di Siena e l’avvento dei Medici venne restaurata da Cosimo I che ne fece un baluardo nel quadro del conflitto con i conti Orsini di Pitigliano. Con il declino degli Orsini e la definitiva annessione di tutti i castelli della contea al Granducato di Toscana, perduta ormai la sua importanza militare, la rocca venne smantellata nel XVII secolo. Attualmente è di proprietà demaniale ed è oggetto, a più riprese, di restauri da parte della Soprintendenza di Siena e Grosseto.

Proseguendo la nostra visita notiamo che la pavimentazione del paese, in cotto a spina di pesce, è molto deteriorata a causa del frequente passaggio delle auto. Recentemente è stata rifatta ed è uguale a quella che vediamo in una foto d’epoca dei primi anni del novecento quando per le strade c’erano solo barrocci e asini. Sovana è un gioiello, una perla incastonata in uno sperone tufaceo, a cui purtroppo non si vuole bene. Gli oggetti di un piccolo artigiano attirano la nostra attenzione. Ci fermiamo e iniziamo a conversare: “Si, siamo 102 abitanti ma tutti contro. Gli individualismi prevalgono sulla collettività. La salvaguardia di questo gioiello è minacciata dalle convenienze private”.

Proseguendo su via del Duomo, ovviamente, troviamo la cattedrale splendido esempio di architettura romanica e gotica. Il Duomo di Sovana è dedicato a San Pietro ed è considerato uno dei più importanti monumenti medievali del patrimonio architettonico dell’intera Toscana. Venne erotto sui resti di una chiesa precedente, anteriore al mille, di cui rimangono la cripta e alcuni frammenti poi ricollocati nel portale. Le sue linee ornamentali, difficili da comprendere e interpretare, si rifanno ad antichissime forme artistiche.

L’interno è stupefacente per la severa sobrietà e semplicità.

 

Proseguiamo lungo il selciato che conduce al cimitero di Sovana. Il nostro obiettivo è quello di visitare la necropoli di San Sebastiano da cui ci separano un paio di chilometri di strada provinciale, ovviamente asfaltata e assai trafficata.

A poca distanza l’uno dall’altro si trovano due siti archeologici: la parte più imponente della necropoli si trova sulle colline a nord del torrente Calesine e per l’ingresso occorre pagare. A poca distanza, nel settore detto di Sopraripa, si trovano altre sepolture a dado, semidado, falsodado e la strepitosa tomba a edicola della Sirena. L’accesso libero e le tombe, immerse nella fitta vegetazione, ci fanno sentire come dei novelli Indiana Jones, si ha l’impressione di essere arrivati noi lì in quel momento a scoprirle! Oltre ai monumenti sepolcrali le necropoli sono caratterizzate da numerose vie cave tra le più grandiose e suggestive della zona.

Iniziamo la nostra visita dalla tomba dei demoni alati risalente al III-II secolo a.C. Si tratta dell’ultima scoperta archeologica avvenuta nel 2005 durante alcuni lavori di sistemazione lungo un sentiero del parco archeologico. Impazzisco di fronte a questo splendore: dirigo lo sguardo a destra e a manca, fotografo tutto quello che attira la mia attenzione senza riuscire a capire bene quello che ho davanti poi, per fortuna, ogni tomba è correlata di pannello esplicativo che chiarisce molte cose.

Sul lato sinistro è possibile ammirare il frontone ad alto rilievo, noi lo vediamo staccato ma, prima del crollo, era collocato sulla parte alta del monumento. Si tratta di un imponente demone marino alato, identificabile con Scilla o Tritone che mostra il braccio destro alzato a brandire il remo o il timone di una nave naufragata.

Sulla destra, tra vari blocchi decorati, c’è una nicchia arcuata raffigurante la porta degli inferi, infatti, ai suoi lati erano stati scolpiti due demoni alati. La scultura quasi a tutto tondo è identificabile con Vanth la dea della morte che nelle raffigurazioni scultoree di molte tombe a edicola veniva affiancata da Carun, il traghettatore dell’anima e aveva la funzione di accompagnare il defunto nel viaggio verso l’oltretomba. Grazie al discreto stato di conservazione in cui è stata ritrovata la tomba, il busto di Vanth appare in tutta la sua eleganza: con indosso un bel vestito raccolto in vita e sotto il seno, mentre dietro al braccio sinistro si può notare una specie di bastone e l’attacco delle ali che, purtroppo, sono andate perdute. Il bastone probabilmente era il supporto di una fiaccola per illuminare il cammino verso l’oltretomba. Il leone posto a guardia del sepolcro presenta la testa molto abrasa dall’azione degli agenti atmosferici, prima della scoperta era l’unica parte che affiorava dal terreno. L’interno della nicchia arcuata raffigurava una stanza, sul fondo è stata, infatti, ritrovata la statua del defunto sdraiato su di un letto, banchettante e in atto di accomiatarsi dai suoi familiari. Quest’ultimo particolare è di enorme importanza perché la statua, dopo essere stata scolpita, fu ricoperta di stucchi colorati che oggi possono esser ancora ammirati in tutto il loro originale splendore. Questo, paradossalmente, grazie al crollo avvenuto circa 300 anni fa che è stato la salvezza del monumento perché il frontone, staccandosi, è finito a faccia in giù nella terra soffice la quale l’ha protetto, per secoli, da qualsiasi azione di erosione.

La camera sepolcrale vera e propria consisteva in un ambiente sotterraneo che si trova simmetricamente sotto al monumento. Purtroppo, al suo interno non è stato trovato nulla a causa di vecchie profanazioni. Dopo uno scavo sistematico è stata richiusa e quindi oggi non è visitabile.

Pensiamo che la decisione di salvaguardare la tomba con questo cancello di ferro sia stata una pessima risoluzione.

Quando ci troviamo di fronte al monumento più importante della necropoli, ossia la tomba di Ildebranda, la mia bocca rimane aperta per lo stupore! Venne scoperta nel 1925 dai fratelli Rosi i quali la vollero intitolare al personaggio più importante mai vissuto a Sovana, papa Gregorio VII al secolo Ildebrando da Soana. L’opera è stata realizzata dai nostri progenitori etruschi scolpendo direttamente la roccia tufacea senza aggiunta di materiali costruttivi ed è composta da due parti ben distinte che sono: la camera sepolcrale e il monumento funebre esterno. Quest’ultima è la parte più complessa perché venne realizzata sullo stile di un tempio greco, caratterizzata da un alto podio accessibile mediante due scale laterali. Delle dodici colonne, sei frontali e tre per ogni lato, se ne conserva oggi soltanto una e alcune parti del frontone. Sulla base di queste e, naturalmente, dei reperti recuperati durante gli scavi è stato possibile fare la ricostruzione riprodotta sul pannello illustrativo, doveva essere un’opera mastodontica! Percorrendo il lungo corridoio centrale si raggiunge la camera funeraria sotterranea, qui troviamo un’unica banchina di deposizione che in origine doveva essere occupata da un sarcofago ligneo. Non si sa chi fosse il personaggio qui sepolto ma doveva essere un importante esponente dell’aristocrazia! Naturalmente, la sepoltura è stata saccheggiata quindi non si conosce neppure il corredo di accompagno.

La tomba del Tifone risale al medesimo periodo ossia III-II secolo a.C. Anche questa composta di due parti: la camera sepolcrale ipogea, ormai perduta, e un monumento funebre esterno scolpito direttamente nella viva roccia. La parte più importante è indubbiamente il monumento funebre definito a edicola con portico. La struttura, infatti, ci appare come un portico sormontata da un frontone decorato, mentre sul lato destro si può notare una grossa scalinata che serviva per raggiungere il terrazzamento superiore, dove si trovava un cippo dedicato alle divinità. Il soffitto del portico era decorato a cassettoni e losanghe ancora molto ben visibili e tutto era ricoperto di stucchi colorati dei quali restano evidenti tracce negli angoli. La scoperta di questo monumento è avvenuta nel 1843 a opera del viaggiatore inglese Ansley che lo volle chiamare tomba del Tifone per via di quella testa ben evidente che emerge proprio al centro del frontone e che secondo lui rappresentava il famoso mostro della mitologia greca chiamato appunto Tifone. Ricercatori contemporanei ritengono che questa considerazione sia stata troppo affrettata, la nuova teoria è che quella testa al centro del frontone rappresenti una divinità femminile che emerge da un groviglio di motivi floreali e fogliame.

 

Proseguiamo il nostro cammino trovando lungo il sentiero altre tombe minori catalogate con un numero identificativo. Anche se “anonime” non meno suggestive.

 

Ecco, improvvisamente, a poche decine di metri dalla tomba di Ildebranda ci troviamo a camminare all’interno della via cava di Poggio Prisca. Il luogo da me tanto desiderato di vedere, la foto su cui da sempre ho fantasticato, adesso sono al suo interno!

 

 

La parte originale etrusca è quella in alto e si riconosce bene perché è molto ben levigata, mentre la parte più bassa è il frutto di scavi e aggiustamenti più recenti. A circa metà della parete destra si può notare una piccola nicchia che conteneva un “scacciadiavolo” medievale e una data scolpita nel tufo, di epoca evidentemente recente, che celebra probabilmente la fine della seconda guerra mondiale.

I simboli interessanti, come ho cercato di far capire, si trovano tutti a una certa altezza, pertanto bisogna aguzzare bene la vista! Scendiamo la collina, attraversiamo il torrente grazie a un ponte e ci dirigiamo verso il settore di Sopraripa seguendo la via cava di San Sebastiano.

Sicuramente la più importante via cava dell’intero territorio, l’unica le cui pareti affondano nella roccia per circa 25 metri e che presenta una interessantissima simbologia etrusca che si lega al mito di Bacco e al culto della Madre Terra. Nella parte più alta delle sue pareti si notano incisioni che raffigurano organi genitali maschili e femminili (fatte dagli etruschi) e sotto croci latine risalenti a epoche posteriori, quando il cristianesimo cercava di esorcizzare e sconfiggere il paganesimo.

Questo simbolo fallico delle dimensioni di circa due metri si trova sulla parete sinistra quasi alla fine del percorso. Immagine sacra perché rappresentava da un lato la potenza generatrice della terra e dall’altro la vita stessa, considerata una protezione sia durante la vita, sia nel viaggio verso l’oltretomba.

Proseguendo lungo il sentiero troviamo diversi tipi di tombe, la maggior parte delle quali del periodo ellenistico. Numerosi esempi di tombe a semidado, falsodado, a camera e l’ultima a edicola, la meravigliosa tomba della sirena.

La tomba della sirena scoperta sempre da Ainsley nel 1843 è stata una delle prime a essere divulgate nel mondo scientifico. Il nome del monumento deriva dal frontone, perché al centro vi è raffigurata Scilla, il mostro dei mari, che in origine era stata erroneamente interpretata come una sirena. Al di sotto la nicchia arcuata simboleggia la porta dell’aldilà e dentro si può notare una scultura raffigurante il defunto comodamente sdraiato a banchettare sul letto funebre. Al centro della nicchia l’iscrizione Nulina Vel Velus identifica il proprietario della tomba, mentre ai lati ci sono due statue, Vanth e Carun, sempre la dea della morte e il traghettatore dell’anima che accompagnano il defunto nel suo viaggio.

 

Si é fatto tardi, abbiamo indugiato troppo con la nostra voglia di conoscere Sovana ma ne valeva la pena! La luce del sole sta per finire e mentre tutti se ne vanno con le loro macchine, noi dobbiamo rientrare a piedi al nostro alloggio di Pitigliano. Il buio ci sorprende. Gli ultime tre chilometri li facciamo con la pila degli smarphone per segnalare la nostra presenza lungo la strada. Rientriamo  che sono passate le 21.00, i trentadue chilometri percorsi si fanno sentire. Le gambe sono pesanti.

Ovviamente non abbiamo visto tutto, anzi, questo primo viaggio non ha fatto altro che accrescere la nostra curiosità e la nostra ammirazione per questa misteriosa civiltà che, nonostante il passare del tempo e i numerosi saccheggi è riuscita nel suo intento, quello della regina Antiglia: ottenere l’immortalità.

Chiara Manzini

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