Chiara Manzini

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03 Lug 2018

La piccola valle di Dio

Italia Toscana Arezzo
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Durata del viaggio 1 giorno

Periodo dell'anno maggio

Range di spesa Da 100€ a 200€

Adatto a Tutti

13 Maggio 2018

In mezzo alle colline sopra Anghiari c’è un pugno di rocce scure, che affiora dai campi di fieno, dai papaveri e dagli ulivi. Rocce uniche, aspre in superficie e delicate negli anfratti. Nudi scogli pieni di mistero. Da lontano incutono timore ma avvicinandosi e esplorandoli ci accolgono, ci abbracciano donandoci le loro preziose gemme. Minerali dai colori stupefacenti che brillano al sole.

Tutto è iniziato 150 milioni di anni fa’, quando sul fondo di un antico oceano, che ricopriva la Liguria e il Piemonte, si sono formate delle particolari rocce dette “ofioliti”, ossia “pietre dei serpenti” a causa del loro predominante colore verde che le accomuna alla pelle dei rettili. I blocchi di ofioliti hanno poi navigato in varie direzioni, spinti dai movimenti tettonici, arrivando fino all’attuale Valtiberina dove hanno dato origine ai Monti Rognosi e ad altri rilievi della stessa natura.

Il nome “rognosi” potrebbe derivare dal loro aspetto poco accogliente, oppure dal fatto che la loro ricchezza di metalli causava non pochi litigi fra i popoli antichi, probabilmente già fra Liguri e Umbri e successivamente fra Etruschi e Romani. Un millennio più tardi troviamo un’altra linea di confine quella fra Longobardi e Bizantini e successivamente quella dei Conti dei Ranieri di Galbino e dell’Ordine dei Camaldolesi. Arriviamo alla battaglia di Anghiari, fino alla linea gotica negli anni 1943/44, tanto per fare un conciso riassunto di questa area rimasta sempre zona di confronti, probabilmente anche per la posizione geografica.

Tesori, misteri protetti da una florida vegetazione ma anche da tanti “dissuasori umani”, che si incontrano lungo il cammino.

Partiamo dalla Locanda del viandante, in località Cerreto: ottimo punto di partenza, lontano dalla confusione, un’oasi in mezzo alla riserva naturale, ma nel contempo vicina ad Arezzo, Anghiari e Caprese Michelangelo. Prima di essere trasformata in locanda era un podere dei Conti Barbolani di Montauto. Federico di Montauto l’acquistò, nella seconda metà del 1500, per farne una terra “sodiva, lavorativa e querciata”. Fin dal basso medioevo l’economia della contea si era retta sulla mezzadria. Ancora dopo la seconda guerra qui vi abitava una famiglia di dodici persone che doveva vivere con la metà di quello che produceva perché l’altra metà andava alla Fattoria “La Barbolana” dei conti. Dodici ettari di terra dove si faceva la vendemmia, la “castagnatura” e si allevavano vacche di razza chianina, pecore e maiali.

Attraversiamo il podere ricoperto da erba alta, rigogliosa e lo immaginiamo come doveva essere un tempo: rivestito di grano, alternato ad alberi da frutto, e vigneti a perdita d’occhio che facevano bella mostra di grappoli maturi. Immaginiamo le voci e il sudore di uomini e animali, immaginiamo il duro lavoro scandito dalle stagioni e soppiantato dal lavoro nelle fabbriche in città caotiche.

 

Seguiamo l’antica via ariminensis che fu fatta costruire per scopi militari da Marco Livio Salinatore verso la fine del III secolo a.C. sul tracciato di un antichissimo percorso che collegava l’etruria alla val padana, fin dalla prima età del ferro. Da qui transitarono più volte i Galli nelle loro scorribande verso Roma.

Attraversiamo la bella borgata rurale di Bagnolo. Secondo i racconti della gente c’era un “ospizio” con un grande magazzino, chiamato “stanza dei frati”, dove venivano raccolte le provviste offerte ai francescani. I vecchi contadini ricordano, infatti, che passavano dalle loro case i “frati da cerca” dell’eremo della Verna, gli davano sempre qualcosa (formaggio, uova, lana, grano, fieno) e i religiosi benedivano la casa come ringraziamento. Nell’edificio sono ancora leggibili caratteri architettonici dell’epoca, anche se l’immobile ha subito svariate trasformazioni. Al primo piano si nota una loggia di bella fattura, con tre arcate in pietra successivamente chiuse. Sotto a essa si apre un porticato che consente di accedere al forno, sia dalla cucina dell’ospizio, sia dalla strada pubblica. Il forno era utilizzato da tutte le famiglie del paese per fare il pane. Lungo la via Ariminensis, l’ospizio presenta un portale con scolpita la data 1720 e un altro con la data 1619.

In breve giungiamo a un altro insediamento: Ponte a Piera. Il toponimo indica l’importante attraversamento del torrente Cerfone con un ponte in pietra del XIII secolo, probabilmente ricostruito su uno precedente ancora più antico. Nel medioevo questa borgata costituiva un importante centro del feudo di Montauto. Infatti, i poderi che si estendevano nell’alta valle del Sovara erano tra i più produttivi della contea. Nella prima metà del novecento, in prossimità del ponte, venne edificata una villa, progettata dal suo proprietario l’ingegnere Ettore Gabrielli di Sansepolcro. Ancora oggi emerge rispetto a tutte le altre costruzioni e fa bella mostra di sé insieme al ponte medioevale.

Da un pannello illustrativo apprendiamo che ci troviamo a circa un’ora di cammino dal castello di Montauto, pertanto decidiamo che vale sicuramente la pena di arrivare alla rocca visto che dalla mappa si evince che una piccola deviazione, rispetto al nostro tragitto, ci farà giungere all’obiettivo. Seguiamo l’antico selciato: è un piacere camminare in questo bosco tanto caro a Francesco d’Assisi il quale passava da qui recandosi alla Verna.

 

Un tabernacolo raffigurante San Francesco ci rassicura sul fatto che siamo sulla giusta strada, sopra vi leggiamo: “San Francesco nell’andare verso la Verna nel 1224 giunge per la prima volta in vista di Montauto”. Noi ci guardiamo intorno per avvistare il castello ma l’attuale vegetazione è troppo fitta.

 

Incontriamo due ragazzi che scendono lungo il sentiero, delusi per il fatto di non aver trovato la rocca. Ma come?! Da che mondo è mondo i castelli stanno in alto! Ci dicono che c’è un cancello ed è impossibile proseguire. Vogliamo verificare, così loro ci seguono. Il cancello è enorme, con un grosso lucchetto e un paio di cartelli avvertono che l’area è sorvegliata da cani e telecamere. Non possiamo rinunciare proprio ora! Lateralmente vedo un passaggio così, cautamente, proseguiamo, vogliamo solo ammirare il castello. In fondo si tratta di una dimora storica. All’epoca di san Francesco il castello era di proprietà del conte Alberto di Barbolani. La storia racconta che, con grande riverenza, esigeva di ospitare Francesco ogniqualvolta passasse di là per beneficiarlo di generose elemosine oltre che di ospitalità. Correva l’anno 1224 quando Francesco annunciò all’amico Alberto che quella sarebbe stata l’ultima visita. Il conte, dispiaciuto, chiese che gli potesse lasciare un ricordo di sé. Il santo non possedeva che la sua tonaca così la lasciò in cambio di un nuovo saio. Profetizzò anche che non sarebbe rimasta per sempre all’interno della rocca, così Francesco volle lasciare un ricordo ancor più duraturo di sé facendo in modo che si accendessero tre fiaccole celesti, tre giorni prima della morte di un esponente della famiglia, in modo da preparare adeguatamente l’anima al trapasso. Secondo la tradizione, a più riprese sono stati fatti dei processi da parte di alcuni vescovi di Arezzo sull’apparizione delle fiaccole al castello da cui si capisce che venissero dalla parte del sacro monte della Verna per sparire nell’aria in direzione di Assisi. Quando l’esercito fiorentino conquistò il castello di Montauto nel 1503, trafugò la tonaca come bottino. Dopo essere stata trasferita in varie chiese, attualmente si trova presso il santuario della Verna. Il castello mostra ancora la sua antica struttura medievale, nonostante le ristrutturazioni successive.

E gode di una bella posizione a strapiombo sulla valle del torrente Sovara.

Luogo incantevole e mistico che invita alla meditazione. I cani ci sono ma sono tutti morti e sepolti nel piccolo cimitero accanto al castello.

Il sentiero inizia a scendere con dolcezza. Nonostante la modesta altezza i monti Rognosi furono importanti, dal punto di vista strategico, durante la seconda guerra mondiale essi offrivano un’ampia visuale sulla valle del Sovara e del Tevere, al punto che i tedeschi vi costruirono trincee e nidi di mitragliatrice, avamposti della linea gotica che correva nella vicina Alpe di Catenaia. Ancora oggi sono visibili all’interno della riserva naturale.

Il tracciato si restringe sensibilmente e inizia a scendere con più decisione. Ci troviamo sul “viottolo delle miniere”.

Questo percorso venne realizzato dal mineralogista Francesco Henrion intorno al 1811, durante l’occupazione francese. Era stato mandato ad Anghiari dal Consiglio Nazionale delle Miniere per effettuare rilevamenti sui monti ofiolitici, con particolare attenzione a questa zona che stiamo percorrendo, ricca di metalli. Scoprì sia rame, sia ferro. Si dice che trovò perfino oro ma probabilmente sono solo dicerie visto che qui non è presente quarzite, né altro materiale che possa confermare questa teoria. Le ricerche cessarono nel 1814, perché oltre alla ritirata dei francesi, morì lo stesso Henrion. Il mineralogista era molto conosciuto in Toscana e soprattutto nell’ambiente fiorentino. Il viottolo delle miniere collegava la sua casa con i luoghi di scavo e con il torrente Sovara, oggi è percorribile solo in parte, mentre le miniere non sono più visibili perché ricoperte da terra e detriti. In questo versante dei Monti Rognosi erano già presenti miniere antichissime, anch’esse scomparse. Le attività estrattive durarono sempre pochi anni, sia per la scarsità dei metalli trovati, sia perché il materiale veniva spesso trafugato e venduto al vicino Stato Pontificio, attraverso contrabbandieri.

In prossimità del torrente Sovara c’era una ferriera settecentesca. Era stata collocata vicino all’acqua per sfruttare l’energia idraulica indispensabile nelle varie fasi di lavorazione dei metalli. Recentemente i ruderi sono stati recuperati e restaurati.

Attraversare il torrente non è stato facile, a causa dei sassi scivolosi e dell’acqua abbastanza alta.

Questa vallata che, per i suoi splendidi scenari naturali, è stata definita “la piccola valle di Dio”, è dominata, come ai tempi di San Francesco, dalle mura del castello di Caprese che deve la sua fama mondiale per aver dato i natali a Michelangelo Buonarroti. All’interno delle mura dell’antico castello si trovava, infatti, la casa del podestà che nel 1475 era Ludovico Buonarroti padre del grande Michelangelo.

Questo è solo uno degli innumerevoli itinerari possibili: tra storia, natura e fede nella valle del Sovara.

Chiara Manzini

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