Non si apprezzano mai abbastanza i luoghi in cui si nasce. Forse proprio perché le abbiamo costantemente sotto gli occhi molte cose le diamo per scontate e niente ci meraviglia o ci stupisce. Ricordo che da ragazzina ripetevo spesso di annoiarmi: «…qui non c’è niente», era una frase ricorrente. Ho sempre adorato viaggiare: da piccola viaggi piccoli, poi man mano che sono cresciuta viaggi sempre più impegnativi, alla ricerca di qualcos’altro. Uno dei miei sogni a occhi aperti sul libro di geografia era quello di vedere la Grande Muraglia, così sono stata in Cina. Sul libro di storia mi beavo a leggere delle imprese di circumnavigazione di Diaz o Vasco da Gama, la Compagnia delle Indie mi ispirava chissà quali viaggi avventurosi, così sono stata al Capo di Buona Speranza, ho approdato alla “baia delle giravolte” l’insenatura di Luderitz, nel sud della Namibia. Sono stata in Armenia, in Olanda, in Irlanda e Finlandia, Austria e Francia, Cecoslovacchia e Polonia insomma, ho girato tutta l’Europa arrivando al Circolo Polare Artico. Viaggiando con i mezzi di trasporto attuali si ha la possibilità di vedere molti luoghi, di ammirare infiniti panorami, dai deserti ai ghiacciai, ma troppo velocemente, sempre a “distanza”, senza assaporare le emozioni, i profumi e le sensazioni che un luogo può regalare. “Guardare i fiori dal dorso di un cavallo” dicono i cinesi. Oggi abbiamo la possibilità di vedere un’infinità di fiori ma senza valorizzarne il profumo, o meravigliarsi di fronte alla laboriosità di un insetto mentre ne succhia il nettare. Viaggiare lentamente, a piedi tra i miei monti e le mie valli mi ha consentito di apprezzare la bellezza della terra in cui sono nata. Ogni volta scopro nuovi itinerari, la mia curiosità non si esaurisce in una sola visita.

E’ quello che mi è accaduto oggi, andando a Orsigna. C’ero già stata con la macchina e non ne avevo assaporato l’essenza. “Al contrario dell’Abetone, di Maresca, Gavinana o San Marcello, paesi noti dell’Appennino Toscano, Orsigna non ha mai avuto una sua ragione di vanto…non ci s’è fermato mai nessuno di famoso”. Quando scrisse questo Tiziano Terzani ignorava che proprio grazie a lui questo luogo sarebbe diventato un vero e proprio pellegrinaggio laico. Ma voglio accompagnarvi lungo il percorso che ho fatto partendo dall’inizio e cioè dal Molino di Giamba. Percorrendo un sentiero in discesa intervallato da due ponti autoportanti realizzati secondo un progetto di Leonardo da Vinci si incontra un “metato” per l’essiccazione delle castagne e il molino. Le castagne per venire macinate, devono essere prima seccate. Questo avviene nel metato appunto, detto anche caniccio.

Il molino costruito nel 1820, era stato realizzato per macinare le castagne che venivano  raccolte dai residenti delle vicine borgate come “Casa Riccio” o il “Castello” ubicate sul versante destro del torrente Orsigna, affluente del fiume Reno. Il molino è stato perfettamente restaurato dalla Cooperativa Val d’Orsigna oltre che nella struttura anche nella funzionalità infatti, è tornato a macinare le castagne nel 2000.

Io e il mio compagno di viaggio abbiamo proseguito seguendo le indicazioni per “Casa Riccio”. Dopo aver  attraversato il torrente Orsigna o meglio, il suo letto quasi completamente asciutto, abbiamo iniziato a salire per l’antica mulattiera che portava alle abitazioni dei contadini. Si intuisce subito che il sentiero è praticato solo da qualche escursionista curioso, non è molto curato, alcuni alberi sono crollati ostruendo o facendo franare parte del tracciato, tuttavia s’intuisce che qui, un tempo, non troppo lontano c’era vita! Arriviamo alle case, ormai ruderi infestati dalla vegetazione, tranne una. Un’ abitazione assai grande, con il “pozzino” per lavare i panni, la panca dove sedersi e riposarsi dopo una dura giornata di lavoro, la legna ancora accatastata sotto una tettoia e la cassetta delle lettere ancora attaccata alla porta. Il postino arrivava fino a qui?! Sopra l’abitazione si estende una selva fitta e oscura, il sole fatica a penetrare tra gli alberi di un’altezza strepitosa, non riesco a farli entrare nell’obiettivo, ne fotografo  uno che si è separato dopo la nascita in due tronchi, è maestoso riesce a trasmettermi una energia indescrivibile. Abbandoniamo anche noi questo luogo per scendere nuovamente a valle e proseguire il nostro itinerario. Dopo aver seguito la cosiddetta “via della castagna”, seguiamo la “via del carbone” lungo un sentiero sterrato dove è possibile vedere la ricostruzione della capanna del carbonaro e una carbonara didattica in sezione che permette di comprendere il processo di combustione della legna attraverso il quale si otteneva il carbone. Nei secoli passati le famiglie della val d’Orsigna vivevano di raccolta delle castagne, pastorizia e produzione di carbone. Mentre le prime due attività si svolgevano nella valle, per l’ultima si andava in “Maremma”. In realtà per “maremma” si intendeva un territorio vastissimo che comprendeva non solo il grossetano ma anche l’Agro Pontino, la Calabria se non addirittura la Sardegna e la Corsica. Si trattava di vere e proprie migrazioni che tenevano gli uomini di Orsigna lontani da casa per otto mesi all’anno. L’ultima campagna di “maremmani” partì nel 1955, anno in cui erano già diffusi il gas liquido in bombole e i derivati del petrolio che avrebbero poi soppiantato il carbone come combustibile portando alla scomparsa dell’antico mestiere del carbonaio. La capanna veniva costruita in base all’estensione del bosco da tagliare e del numero di boscaioli che costituivano la “compagnia”. Costruita con pali di legno, il tetto e le pareti erano realizzati con rami, il tutto ricoperto con zolle erbose. All’interno i giacigli, il focolare per cuocere la polenta e pochi attrezzi generici. Preparata la piazza iniziava la costruzione della carbonara. Dalla ricostruzione qui esposta mi rendo conto che non era un’operazione semplice. Questo percorso didattico è estremamente interessante: permette di confrontare le abitudini di vita odierna con quelle dei nostri “nonni” mettendo in evidenza come, nell’arco di pochi decenni sia decisamente mutato il nostro rapporto con il lavoro e con l’ambiente. Lungo il tracciato pietroso del torrente non ho potuto fare a meno di sentire il profumo intenso di numerosi fiori, di osservare tanti insetti e farfalle e soprattutto non ho potuto fare a meno di notare il cosiddetto “cardo del lanaiolo”, altro mestiere ormai scomparso. Nel medioevo la specie era largamente coltivata, ne parla anche Carlo Magno nei “Capitolari” raccomandando la coltivazione dei “cardones” nell’orto, accanto alle altre colture per la famiglia. Il cardo è stato utilizzato fin dai tempi più antichi, perfino dalla civiltà egiziana, ovviamente per cardare la lana ne servivano molti per questo la necessità di coltivarli! Siamo così giunti alla borgata Corrieri: è l’ora di pranzo e tutte le famiglie stanno mangiando fuori, come dargli torto, i loro terrazzi si affacciano su questa lussureggiante valle color smeraldo. Zigzagando tra un villaggio e l’altro arriviamo a Case Cucciani, arriviamo lì, dove ci si sente: ci si sente lui, uno dei più grandi saggi del nostro secolo, ci si sente la nostra energia, ci si sente tanta serenità, ci si sente in pace, con noi e con il mondo intero. Arriviamo “all’albero con gli occhi”. Terzani aveva portato dall’India questi occhi e li aveva messi all’albero per suo nipote, per potergli spiegare che l’albero ha vita: “…ha gli occhi come noi, non lo si può tagliare così, impunemente, ha una sua logica di essere qui, ha diritto di vivere. E se proprio un giorno andrà tagliato perché cade sulla casa, o qualcosa, bisognerà almeno parlargli, chiedergli scusa”. “Con la modernità – scriveva Terzani -  la magia retrocede, ma rimane negli alberi, nelle foreste, nei tramonti, quando il sole cala dietro le montagne”. Qui, dove ci si sente, le parole di Tiziano risuonano nelle orecchie e dovunque ti giri, scorgi qualcosa di meraviglioso da osservare, come quel bombus che ho fotografato a culo in su per succhiare il nettare. L’albero è lì che ti guarda, in quest’oasi di pace, dove tutti parlano sottovoce per non rompere l’incanto. I visitatori sono tanti e molti lasciano un ricordo. Attaccate all’albero una lunga fila di bandierine tibetane sussurrano al vento le loro preghiere. Alcune sono state lasciate da una scolaresca, sono cucite e scritte a mano ma rispettano i colori e lo specifico ordine delle bandiere autentiche, in una leggo: “cambiare si può, sorridiamo!”, una frase che può apparire banale ma che, secondo me, rispecchia il messaggio di Terzani.

Tiziano ha avuto fortuna, questa valle color smeraldo che si può ammirare tutta da qui, dove ci si sente, è stata il suo vero, ultimo amore. Mentre lasciava il suo corpo amava ripetere che avrebbe fatto come il cucù, che canta solo per tre mesi ma quando non canta non è detto che sia scomparso.

Il cucù è ancora nella valle.