27 Apr 2016

Stoccolma in mezza giornata: mistero, fiammiferi e ricette svedesi

Svezia Stoccolma
Discovering Food
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Durata del viaggio 1 giorno

Periodo dell'anno gennaio

Range di spesa Da 0€ a 100€

Adatto a Famiglia

Il mio primo viaggio a Stoccolma non lo
avevo immaginato così. All’aeroporto di Arlanda, insieme ai bagagli arriva la
prima brutta notizia, quando Ole, il referente locale, ci informa della nostra
destinazione. No, non alloggeremo in centro, perché il mattino dopo il volo che
ci porterà nel nord della Svezia partirà all’alba. Passeremo
la notte in una sorta di dormitorio non lontano dalla pista di atterraggio,
cullati dal rumore dei Boeing. Ma non importa: un pomeriggio nella capitale
svedese in cambio di una notte insonne mi sembra buon compromesso.
Saliamo sul minivan che dopo mezz’ora ci lascia in hotel, lontano sia dal
centro che dall’aeroporto. Cerco di convincermi che va bene così: in fondo
siamo qui per lavorare. Lasciamo le valigie al Tre Rosor Pensionat –
il pensionato delle tre rose – che ha tutta l’aria di un ricovero per anziani,
con la moquette beige e le tende arancioni. Ma sono determinata a non buttarmi
giù al primo ostacolo, per cui torno al minivan che ci porterà in centro.
Durante il viaggio ne approfitto per cercare di avere più informazioni da Ole:
cosa ha organizzato per noi? Cosa prevede il pomeriggio? Dove ceneremo? Lui è
muto come un pesce: il programma del pomeriggio di mezza estate è una sorpresa,
per cui si rifiuta di parlare.

Dopo 40 minuti di viaggio arriviamo a destinazione: come una
classe di bambini in gita, io e i miei colleghi ci guardiamo intorno, incerti
su quale direzione prendere. Ole ci fa strada verso Gamla Stan, la
città vecchia. Ci spiega che è uno dei centri medievali più antichi e meglio
conservati, con le sue vie strette che portano alla cattedrale, e da qui allo Stortorget,
la piazza centrale circondata da edifici colorati, tra cui anche la Borsa di
Stoccolma. Giusto il tempo di una foto di gruppo, e via di nuovo di corsa,
diretti allo Sveriges Kunghaus, il palazzo reale. Anche qui l’unico
lusso che ci viene concesso è uno scatto veloce con l’Iphone. Forse stiamo
facendo la mezza maratona di Stoccolma, ma non osiamo dire nulla a Ole per non
rischiare di essere rispediti nel dormitorio dell’aeroporto.
Appena il tempo per un caffè e il minivan è già pronto per ripartire verso la
prossima tappa. Un collega coraggioso chiede a Ole dove siamo diretti, e lui
risponde con due parole: “Skansen, Djurgården.”

Cerchiamo velocemente su Google e scopriamo che Djurgården e Skansen sono,
rispettivamente un’isola a est di Stoccolma, e un museo all’aperto con
relativo zoo. A questo punto penso di buttarmi dal minivan in corsa: odio gli
zoo e detesto i musei all’aperto, con i loro manichini inquietanti che mungono
mucche di legno, pettinano bambini di gesso e tagliano verdure di plastica.

Come se non bastasse, il percorso è pieno di
ostacoli: rimaniamo bloccati nel traffico per oltre mezz'ora, e arriviamo a
Skansen dopo l’orario di chiusura. Ole è mortificato: ci teneva a mostrarci
quello che per gli abitanti della città è considerato un piccolo gioiello. Fondato
nel 1891 da Artur Hazelius, Skansen è il più antico museo all’aperto,
non solo della Svezia ma di tutto il mondo. L’idea di Hazelius era di
rappresentare la cultura e le tradizioni del paese creando case e fattorie, con
tanto di orti e giardini. Ole ci assicura che l’intento del fondatore di
mostrare la storia del paese illustrandone le diverse condizioni sociali dal
XVI al XX secolo è riuscito perfettamente. Il progetto dello zoo è nato su
premesse simili, con l’obiettivo non tanto di mettere in mostra animali esotici
e selvaggi, ma piuttosto le specie autoctone di maiali, mucche, oche e alci.

A questo punto ci siamo ammorbiditi nei confronti della
nostra guida: in realtà ci stava mettendo fretta per mostrarci una parte della
sua città che di solito non rientra negli itinerari turistici. Ole ha ancora un
asso nella manica: nonostante i cancelli di Skansen siano ormai chiusi, ha
prenotato per noi il Gubbhyllan.
Situato alle spalle dell’ingresso principale, l’edificio di legno risale al
1816 e ospita il ristorante omonimo, gestito dallo chef Karl Christer
Wallberg. Ci aspetta sulla veranda, dove ci viene offerto
l’aperitivo. Siamo a metà luglio e il sole non è tramontato, per cui il
clima è piacevole. Il nostro ospite ci spiega che gubbhyllan significa
letteralmente “scaffale dei vecchi”, a indicare la veranda di legno dove un
tempo si davano appuntamento gli anziani per bere punch e fumare. Ci fa
accomodare a un tavolo all’interno dove, prima di servirci la cena, ci parla
della filosofia del locale: utilizzano solo ingredienti di stagione, che
rispecchiano le tradizioni della cucina svedese. Ci fa poi assaggiare i suoi
piatti: pane fatto in casa, aringhe affumicate, cervo, verdure al forno e torta
al rabarbaro.

Dopo il caffè, Ole ci accompagna nella sala adiacente, dove
si trova la sede del Tobaks Tändsticks Museum, il museo del
tabacco e dei fiammiferi. Scopriamo così che i piccoli fiammiferi di
legno conosciuti in tutto il mondo sono stati inventati proprio in
Svezia. L’idea venne sviluppata nel 1844 dal farmacista Gustav Erik Pasch, per
essere poi perfezionata l’anno successivo dai fratelli Lundström, che ne
ottennero il brevetto. Oltre a una serie di documenti, fotografie e oggetti
risalenti alla fine del 1800, si trovano riproduzioni delle vecchie confezioni
di fiammiferi decorate con animali, galeoni, locomotive.

Non ho molte corone svedesi con me, ma abbastanza per
comprare due scatole di fiammiferi: una per me e una da regalare a Ole, come
ringraziamento per averci mostrato una parte della città che altrimenti non
avremmo potuto conoscere.

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