Chiara Manzini

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25 Feb 2019

SULLE ORME DI SIGERICO

Italia Toscana Castiglione d'Orcia
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Durata del viaggio 1 giorno

Periodo dell'anno febbraio

Range di spesa Da 100€ a 200€

Adatto a Tutti

Domenica 17 febbraio 2019

Nell’itinerario di Sigerico la località di Gallina rappresentava l’XI tappa. Si tratta di un antico villaggio agricolo, nato come stazione di sosta per i pellegrini poiché posizionato nel punto dove la via Cassia coincide con la vecchia via Francigena. Alloggiamo presso l’agriturismo “Savelli”: non facciamo in tempo a scendere dalla macchina che le galline di Alessandro e Novella ci accolgono briose. Qui sono tutti molto accoglienti, sembra di essere arrivati a casa, perfino il cane ci saluta festoso come fossimo vecchi amici di famiglia.

Mai conosciuto un cane così educato: non solo non si avvicina alla tavola mentre ceniamo, non si avvicina neppure alla sua ciotola finché non gli viene dato il permesso! Novella ci racconta che un giorno si dimenticò di dargli l’autorizzazione. Quando si apprestò per togliere la ciotola, credendola vuota, si accorse che il cane la stava guardando con un filo di saliva che gli scendeva dalla bocca. Ceniamo alla loro tavola: la cucina di Alessandro è ottima e anche assai abbondante!

Ci svegliamo presto, freschi e riposati, il cielo terso, l’aria primaverile, invitano a camminare. Alle nostre spalle Castiglione d’Orcia è baciata dal sole.

 

 

A testimonianza del passato s’incontrano numerosi casali fortificati e antiche stazioni di posta che mantengono inalterato il loro aspetto originario. Particolarmente suggestivo l’ospizio delle Briccole, Abricula ai tempi di Sigerico, attualmente trasformato in fienile. Conserva la sua importanza grazie all’annessa Chiesa di San Pellegrino dove sostò San Francesco d’Assisi. Vi si fermarono la contessa Matilde di Canossa, Filippo Augusto re di Francia e vide il passaggio dell’esercito di Carlo II d’Angiò. Quante storie possono raccontare queste pietre! Basta saperle ascoltare.

 

Ovunque volgi lo sguardo colline dall’andamento dolce, simili a dune. Campi di grano interrotti da filari di cipressi.

Dopo l’ospitale incontriamo tre guadi consecutivi che possono risultare impegnativi in caso di forti piogge. Lo stesso vale per il guado del torrente Formone che tuttavia, può essere evitato salendo sulla strada provinciale per ricongiungersi al percorso dopo il ponte.

 

La località Ricorsi è probabilmente da identificare con il Borgo al Formone ricordato in una pergamena del 1064 dell’Abbazia del Santissimo Salvatore al Monte Amiata. Da questo punto, dell’antica Francigena si staccava e si stacca, ancora oggi, una delle vie che saliva al monastero benedettino. Sicuramente merita una visita che, tuttavia, non ci possiamo permettere perché si tratta di una variante di tredici chilometri. La leggenda narra che Carlo Magno, mentre viaggiava verso Roma per essere incoronato imperatore dal Papa nel Natale dell’800, dovette fermarsi perché il suo esercito fu colpito dalla peste. I soldati furono curati dai monaci dell’Abbazia del Santissimo Salvatore con un’erba officinale in seguito chiamata erba Carlina. In questa occasione Carlo Magno, riconoscente, volle arricchire l’Abbazia di un vasto territorio: dalla cima del monte Amiata, al fiume Paglia.

Continuando sul percorso verso fondovalle troviamo la Posta di Ricorsi, ricordata come luogo di tappa nella Memoria quattrocentesca di un anonimo chierico parigino.

Attraversiamo la via Cassia e costeggiamo il torrente Formone fino a incontrare un segnavia: per Radicofani ancora otto chilometri.

Si comincia a salire finché, di fronte a noi, non compare la possente rupe basaltica su cui svetta la rocca di Radicofani. Sentieri in terra battuta ci conducono fuori dal tempo, quando Desiderio, ultimo re longobardo,  rese Radicofani punto nodale nei collegamenti dell’epoca.

Ma sarà Dante a farla entrare nella letteratura italiana quando, nella Divina Commedia, accennerà al ghibellino ribelle e ladro gentiluomo Ghino di Tacco la cui statua spicca nel parco pubblico del paese. Il possente castello svetta da più di mille anni: per la sua importanza strategica fu da sempre conteso ed è quasi impossibile tracciare la sua storia molto articolata. Il soldato di ventura Ghino di Tacco ne fece la propria signoria e il proprio covo. Qui i viandanti venivano attirati in imboscate e derubati di ogni loro avere; per loro fortuna, tuttavia, Ghino non era un ladro come tutti gli altri: prima di estorcere averi si informava sui reali possedimenti della propria vittima, lasciandole sempre di che vivere, offrendo ospitalità e un banchetto. Divenne leggendario per la sua spavalderia e, indubbiamente, poté contare su un covo imprendibile. Una rocca talmente potente che neppure le truppe imperiali e medicee, con i loro potenti cannoni, riusciranno a prendere nel 1555.

Boccaccio nella seconda novella del Decameron ci narra il trattamento riservato da Ghino all’Abate di Cluny che, diretto a Roma, aveva deciso di recarsi alle acque termali di San Casciano dei Bagni per curare un mal di stomaco. Ghino, dopo aver catturato l’Abate, lo fece rinchiudere nella rocca nutrendolo soltanto di pane e fave secche. Questa ferrea dieta, però, guarì l’Abate dal suo male e gli fu riconoscente a tal punto da intercedere per lui presso il papa Bonifazio VIII. Il papa si convinse e addirittura nominò Ghino Cavaliere di S. Giovanni e Friere dell’ospedale di Santo Spirito. Si adoperò in suo favore anche con la Repubblica di Siena ottenendogli il perdono.

La sua storia si diffuse in mezza Europa grazie ai viandanti, ai pellegrini e ai mercanti che percorrevano la via francigena, acquistando caratteristiche sempre più positive. Probabilmente, è dalla vicenda del brigante di Radicofani che ha preso spunto la storia di Robin Hood e di tutti gli altri “ladri gentiluomini” che ricorrono in molte culture europee.

Sono diciotto chilometri per chi vuole fare tappa e riposarsi. Altri diciotto per noi che dobbiamo tornare al punto di partenza: non c’è tempo neppure per mangiare se non vogliamo che il buio ci colga per strada.

Chiara Manzini

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