Chiara Manzini

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30 Giu 2018

Vitoccium la città perduta

Italia Toscana
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Durata del viaggio 3 giorni

Periodo dell'anno aprile

Range di spesa Da 100€ a 200€

Adatto a

01 Aprile 2018

Partiamo presto, vogliamo “ritrovare” la città perduta di Vitozza e non sappiamo il percorso da fare partendo a piedi da Pitigliano. Fortunatamente ho il mio inseparabile GPS perché i segnavia sono alquanto imprecisi e fuorvianti!

Leggere “difficoltà alta” mi mette subito una certa agitazione e poi venti chilometri all’arrivo, ma dove? Su un cartellone esplicativo una mappa indica dove siamo e pone la fine del percorso presso la sorgente termale di Valle Orientina, meglio nota come il bagno degli ebrei grazie al fatto che la comunità israelitica di Pitigliano fu la prima a organizzarvi una struttura termale completa. Tuttavia, a occhio e croce da dove siamo alla sorgente termale non ci sono certamente venti chilometri! Vedremo strada facendo!

Iniziamo con il seguire un bel sentiero nella valle del torrente Prochio. Un paio di cerbiatti ci danno il buongiorno ma sono talmente veloci a saltare qua e là che fotografarli è davvero difficile.

 

Più facile fotografare le mucche al pascolo!

Il sentiero prosegue tranquillo, mi chiedo dove incontreremo le difficoltà! Sarà mica difficile guadare il torrente?! Certo tutto è soggettivo!

Raggiungiamo facilmente le terme di Valle Orientina, una ripida salita ci conduce a un bivio dove non ci sono indicazioni ma grazie al GPS comprendiamo la nostra posizione: se giriamo a destra andiamo verso San Quirico mentre se proseguiamo a diritto andiamo a Sorano. La nostra intenzione è quella di trovare la “città perduta” di Vitozza e avendo intuito, grosso modo, dove si trova proseguiamo per San Quirico. Il sentiero si apre su immensi campi tra vigneti e alberi da frutto.

Raggiungiamo San Quirico e finalmente le prime indicazioni per la città perduta!

Sono estremamente curiosa di trovarla, da qui dista solo un chilometro e mezzo percorrendo un sentiero ombroso e pianeggiante. Una volta raggiunta la foresteria ci si trova di fronte a un bivio dove si possono scegliere entrambi i percorsi in quanto si tratta di un circuito ad anello. Seguendo il sentiero in salita si raggiungono i ruderi del primo castello e a seguire la Chiesaccia, i ruderi del secondo castello, i colombari e le grotte. Le prime testimonianze risalgono all’XI secolo. Vitozza, oltre a essere caratterizzata dai resti di numerose fortificazioni e chiese, è costituita da oltre 200 grotte scavate nel tufo e adibite, fin dalle epoche più antiche ad abitazioni per uomini e stalle per animali. Queste grotte, abitate fino alla fine del 1700, conservano ancora le tracce del loro utilizzo, sono presenti cisterne per la raccolta dell’acqua piovana, pozzi, nicchie, fori e cordoli per il posizionamento di giacigli. Questo sito di straordinaria bellezza, di cui fino a oggi ignoravo l’esistenza, viene descritto come il più grande insediamento rupestre del centro Italia.

Lascio parlare le immagini:

Grotta abitata nel 1783 da M. Laura vedova di Francesco d’Angelo, sono visibili i resti di un trogolo o bacile e la canna fumaria esterna.

 

Grotta con setto divisorio risultava abitata nel 1783 da Giuseppe Benocci. Infiltrazioni d’acqua hanno causato frane ed erosioni, tuttavia sul fronte esterno si possono riconoscere due canne fumarie.

Abitata nel 1783 da Domenico Dattiti è attualmente un unico vasto ambiente con gradini di accesso scavati nel tufo e canna fumaria all’interno. Nella cellula di sinistra tracce per graticcio orizzontale, mentre in quella di destra, con soffitto in parte franato, quattro piccole nicchie, una delle quali ha inciso all’interno una croce.

 

La “Chiesaccia” con campanile a vela in un documento del’XI secolo era definita Pieve. La presenza di lunghi peducci sulle pareti interne laterali consente di ipotizzare la presenza di archi in muratura utilizzati come “rompitratta” per la soprastante copertura lignea. Il vano ricavato nell’angolo sud, probabilmente destinato a sacrestia, aveva una copertura a botte con un lato di imposta notevolmente più alto dell’altro. Sui paramenti murari sono leggibili diversi adattamenti coincidenti con gli usi ai quali è stato ridestinato il manufatto.

Queste notizie le ho ottenute leggendo, via via, i pannelli esplicativi che ci sono lungo tutto il percorso.

Gli ingressi alla città erano difesi da poderose mura in cui erano ricavate le porte e numerose feritoie. Vitoccium sorgeva su uno sperone tufaceo pianeggiante: le grotte erano ricavate nella parete verticale del plateau. Il lungo pianoro centrale era diviso da un largo fossato e rinforzato da una seconda fortezza.

 

La torre, di forma semicircolare, faceva parte del sistema difensivo, era addossata a un terzo fossato e doveva avere una sua continuazione in una cortina muraria posta lungo il pendio. Il torrione racchiude una grotta, utilizzata forse per scopi militari, visibile per la presenza di una finestra che si affaccia sul fossato.

I famosi Colombari sono una delle testimonianze archeologiche etrusche e romane più curiose e discusse, delle quali ancora non si riesce a comprendere la funzione originale. In sostanza sono degli ambienti delle dimensioni di diversi metri quadrati nelle cui pareti sono state ricavate tutta una seria di cellette, ben ordinate sia in senso orizzontale, sia in senso verticale. Le grotte che ospitano i colombari hanno tutta l’aria di antiche tombe etrusche riutilizzate in un secondo momento, ma per quanto riguarda le cellette, il mistero rimane assai fitto. Alcuni ricercatori sostengono che queste piccole nicchie fossero dei luoghi usati dagli etruschi per seppellire le ceneri del ceto povero della popolazione, secondo altri erano dei luoghi utilizzati per allevare i colombi a scopo alimentare (da qui il nome). Tutte e due le teorie hanno dei pro e dei contro che impediscono di stabilire con esattezza di che cosa si tratti. Forse le teorie sono entrambe esatte e come sostengono numerosi archeologi, dapprima sono stati usati come luoghi di sepoltura e successivamente come allevamento di colombi. Indipendentemente dalla loro funzione si rimane affascinati da questi ambienti particolari presenti sia a Sorano, sia a Sovana, sia a Pitigliano.

Ci dispiace dover lasciare questo sito veramente straordinario, ma dobbiamo proseguire, vogliamo raggiungere Sorano prima di rientrare a Pitigliano. Scendiamo lungo la via cava e poi costeggiando il fiume Lente attraverso un sentiero nel bosco arriviamo sulla strada asfaltata, da qui a Sorano la distanza è breve.

 

Il centro abitato di Sorano occupa uno sperone tufaceo di dimensioni assai più modeste rispetto a quello di Pitigliano. Le tante e belle costruzioni medievali hanno cancellato le tracce relative alle epoche precedenti. In effetti non è semplice, a colpo d’occhio, riscontrare dei segni di epoca etrusca. L’attenzione è attirata immediatamente dalla Fortezza Orsini e, ovviamente, dal Masso Leopoldino. Questa struttura fortificata comprendeva, fin dalle origini, la torre dell’orologio ed era utilizzata sia come presidio con funzioni di avvistamento, sia come luogo di rifugio della popolazione in caso di assedio nemico. Entrambe le funzioni vennero meno con la costruzione della Rocca Aldobrandesca divenuta in seguito Fortezza Orsini.

Il panorama che si può vedere da entrambe le strutture è stupefacente.

Le strutture più antiche si trovano nella parte settentrionale della fortificazione e sono riconducibili agli Aldobrandeschi. L’ingresso al cassero era protetto da un ponte levatoio, oggi scomparso, e da un profondo fossato che delimitava, scendendo a valle, anche le due porte di accesso al borgo. Il vasto piazzale antistante costituiva il punto nodale per tutte le attività quotidiane della guarnigione. I vari edifici sono collegati fra loro da una serie di camminamenti sotterranei che, durante gli assedi permettevano lo spostamento veloce delle truppe lungo tutto il perimetro delle mura. Con l’annessione al Granducato di Toscana il grande complesso militare, che aveva retto a tante battaglie, perse la sua funzione strategica e venne progressivamente abbandonato. Oggi alcuni di questi ambienti ospitano il Museo del Medioevo e del Rinascimento che conserva ceramiche rinvenute nei pozzi da “butto” di Sorano, Sovana e Castell’Ottieri.

Passeggiando per il borgo e osservandolo da i vari punti di vista ci rendiamo conto quanto doveva essere inespugnabile trovandosi in una posizione centrale, ben isolata dal corso del fiume Lente che lo taglia e lo circonda su ben tre lati.

Per quanto riguarda le tracce etrusche, purtroppo, non abbiamo fatto in tempo a visitare le diverse Vie Cave, i numerosi colombari che circondano il paese, né la Necropoli di San Rocco ubicata di fronte a Sorano raggiungibile percorrendo la strada per Sovana, la nostra meta di domani! Siamo a piedi e dobbiamo calcolare la distanza che ci separa dal nostro alloggio di Pitigliano. Prima di lasciare il paese saliamo sul Masso Leopoldino per avere una visione d’insieme della Fortezza Orsini. Da un pannello esplicativo apprendo che, originariamente, si trovava su uno sperone tufaceo le cui precarie condizioni, a causa di alcune balze rocciose, resero indispensabile l’intervento dell’uomo. Nel 1801 alcuni scogli si staccarono dal masso e precipitando a valle travolsero molte abitazioni, stalle e cantine. Il Granduca Ferdinando III di Lorena si attivò per iniziare dei lavori di consolidamento con la costruzione di un grande muraglione di rinforzo, mentre tutte le pareti rocciose vennero levigate per evitare ulteriori distacchi. Penso che, probabilmente, “grezzo” com’era in origine doveva essere veramente spettacolare!

Grazie al GPS individuiamo il sentiero, perché le indicazioni lasciano veramente a desiderare e in breve ci ritroviamo al bivio da cui siamo passati questa mattina, proseguiamo quindi per la Valle Orientina seguendo il sentiero naturalistico che già abbiamo percorso, per tornare al nostro alloggio.

Siamo stanchi ma soddisfatti, abbiamo percorso la bellezza di 35 chilometri tra storia e natura. Camminare consente di osservare meglio tutto ciò che ci circonda, sentire il vento che accarezza o schiaffeggia ma, sempre, aiuta ad andare avanti. Camminare consente di sentire il profumo dei fiori, dell’erba o semplicemente della terra bagnata, di rendersi conto delle distanze, delle nostre paure e l’arrivo è sempre una conquista. Camminare consente di comprendere meglio ciò che si è, o ciò che si vuole diventare. Rinascita e mutamento. Camminare è sentirsi liberi.

 

Chiara Manzini

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